Parrocchia S. Gerolamo Emiliani di Milano - Blog

Il Blog "Insieme per..." vuole proporre spunti di riflessione e di condivisione per costruire insieme e fare crescere la comunità della parrocchia di San Gerolamo Emiliani di Milano, contribuendo alla diffusione del messaggio evangelico.

domenica 16 aprile 2017

1246 - AUGURI PAPA BENEDETTO!

I 90 anni di Benedetto XVI: l’augurio di mons. Gänswein, “il Signore gli mantenga la pace dell’anima e la gioia del cuore”.
"Benedetto XVI è sereno, di buon umore, lucidissimo. Certo le forze fisiche diminuiscono. Nel camminare fa fatica, perciò usa un deambulatore che gli garantisce autonomia nel movimento e sicurezza. Le giornate sono ben scandite, come da sempre: preghiera, meditazione, lettura, studio, corrispondenza; ci sono anche visite, la musica ha certamente il suo posto insieme alla passeggiata quotidiana".
Alla vigilia del 90° compleanno del Papa emerito abbiamo incontrato monsignor Georg Gänswein, prefetto della Casa Pontificia e segretario particolare di Benedetto XVI. Ecco cosa ci racconta
Per il 90° compleanno non ci saranno festeggiamenti particolari. Vorrebbe fare solo un piccolo
momento di festa adatto alle sue forze. Questo momento ci sarà a Pasquetta, un giorno dopo il compleanno, con una modesta festa alla “bavarese”, con una piccola delegazione dalla Baviera e con la presenza degli “Schützen”. Sarà presente anche suo fratello Georg, il dono più bello per questo giorno.
Pensando ai 90 anni di Benedetto, vengono in mente le figure dei patriarchi, la cui longevità è vista come segno della benedizione di Dio…
Infatti è così, ma d’altra parte non dimentichiamo ciò che ci dice il Salmo 90: “Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti … passano presto e noi voliamo via”.
C’è anche un’altra immagine biblica che può essere evocata, rileggendo la rinuncia al soglio pontificio e la scelta di vivere in preghiera nel Monastero “Mater Ecclesiae”. È quella di Mosè che prega con le braccia elevate nella lotta contro Amalèk: “Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lascia cadere, prevaleva Amalèk” (Es 17,11).Benedetto spesso ha parlato del primato della preghiera, senza la quale tutto l’impegno dell’apostolato e della carità si riduce ad attivismo. Questo vale anche e anzitutto per il governo della Chiesa universale. Proprio nel momento della rinuncia si sentiva chiamato a “salire sul monte”, a dedicarsi ancora di più alla preghiera e alla meditazione per sostenere in questo modo la Chiesa e il suo successore sulla cattedra di Pietro.
È un impegno al quale si dedica giorno per giorno, volentieri e con tutto il cuore.
Sono riflessioni che conducono nell’intimità del Papa emerito. Ma quanto è stato compreso, negli anni, l’uomo e il sacerdote Joseph Ratzinger? Sotto continui attacchi durante il Pontificato, ma anche prima come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e ora strumentalizzato in un’ipotetica polemica con Francesco: è così?
Ha ragione. Gli attacchi non sono mancati né prima al cardinale Ratzinger da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede né dopo a Papa Benedetto. Devo dire che egli non si è lasciato provocare, tanto meno intimidire da reazioni ostili o, persino, denigratorie.
Difendere la verità della fede, difendere la Chiesa – importune opportune – ha il suo prezzo. In sincerità ci si dovrebbe domandare se le critiche alla persona e all’operato fossero fondate e convincenti. C’è stato un miscuglio d’incomprensione e aggressione, mai del tutto chiarito. Infine, creare e nutrire “ex post” ipotetiche polemiche fra Papa Francesco e il suo predecessore è un gioco troppo superficiale e scorretto. Le polemiche piacciono al mondo mediatico per “salare” osservazioni o affermazioni, ma non s’interessano se le informazioni corrispondano alla realtà o meno. La polemica ama strumentalizzare, ma non serve per offrire informazioni e aiutare nella comprensione della realtà.
Forse uno degli spunti più interessanti di una visione comune con Francesco è nel rapporto Chiesa universale-Chiese particolari?
Al riguardo non vedo alcuna differenza fra Papa Francesco e il Papa emerito.
Non c’è, dunque, alcuna contrapposizione con Francesco?
Prendendo atto di ciò che producono i mass-media non è possibile che non ci si accorga che ogni tanto si vogliono operare queste contrapposizioni. È fin troppo ovvio per quali motivi si creano dal nulla tali contrasti.
Eccellenza, lei è a contatto con Benedetto XVI da oltre 20 anni: qual è il più grande insegnamento ricevuto? E cosa sente di augurargli per i 90 anni?
Ce ne sono tanti. Sento una grande gratitudine nei suoi confronti e gli auguro che il Signore gli mantenga la pace dell’anima e la gioia del cuore.
(Agenzia SIR)

sabato 15 aprile 2017

1245 - BUONA PASQUA

Monastero di San Maurizio Maggiore - Milano

Che grande gioia per me potervi dare questo annuncio: Cristo è risorto! Vorrei che giungesse in ogni casa, in ogni famiglia, specialmente dove c’è più sofferenza. Soprattutto vorrei che giungesse a tutti i cuori, perché è lì che Dio vuole seminare questa Buona Notizia: Gesù è risorto, c’è la speranza per te, non sei più sotto il dominio del peccato, del male! Ha vinto l’amore, ha vinto la misericordia! Allora, ecco l’invito che rivolgo a tutti: accogliamo la grazia della Risurrezione di Cristo! Lasciamoci rinnovare dalla misericordia di Dio, lasciamoci amare da Gesù, lasciamo che la potenza del suo amore trasformi anche la nostra vita; e diventiamo strumenti di questa misericordia, canali attraverso i quali Dio possa irrigare la terra, custodire tutto il creato e far fiorire la giustizia e la pace.
(papa Francesco, Pasqua 2013)

1244 - MATTINO DI PASQUA

Buia la notte nella tomba,
ma i raggi delle sante ferite
penetrano la durezza della pietra,
sollevata leggermente e posta a lato;
dal buio della tomba si erge
il corpo del Figlio dell’Uomo
illuminato di luce, irraggiante splendore,
nuovo corpo risorto del Figlio dell’Uomo.
Lento nella caverna Egli esce
nella tacita prima aurora del silente mattino,
lieve nebbia ricopre la terra;
profondamente ora sarà attraversato da luce
di bianco bagliore
e il Salvatore oltrepassa il silenzio
della terra nuovamente ridestata dal sonno.
Sotto i passi dei santi suoi piedi
fioriscono, mai visti, fiori di luce
e dove, lievemente, le sue vesti sfiorano il suolo,
scintilla il terreno, brillio di smeraldo.
Dalle sue mani fluisce la benedizione
sui campi, sui prati in turgidi, chiari profluvi,
nella rugiada mattutina della pienezza della grazia
irraggia, giubilando, la natura del Risorto,
quando Egli silente procede a fianco degli uomini.
Edith Stein

venerdì 14 aprile 2017

1243 - LA VIA CRUCIS

Monastero di San Maurizio Maggiore - Milano

1242 - TUTTO E' COMPIUTO

Tutto è compiuto”
 da parte Tua, sì!
Da parte nostra,
ci manca ancora questo lungo giorno per giorno
di ogni scoria umana,
di tutta l’Umana Storia.
Tu hai già compiuto tutto, Re e Regno!
Tutto
 rimane da fare, alla luce del Regno,
in questa notte che ci assedia
(di profondo egoismo,
di paura e di menzogna,
di odio e di guerre).
Il Padre ti diede un Corpo di servizio
e Tu hai reso il centuplo, l’infinito.
Tutto è compiuto,
nel Perdono e nella Gloria.
Tutto può essere Grazia, nella lotta e nel cammin.
Sei
già stato la Via, Compagno nostro.
E sei, infine, l’Arrivo!
Nella Tua Croce si annullano
il potere del Peccato
e la sentenza della Morte.
Tutto canta Speranza…
Pedro Casaldaliga

mercoledì 12 aprile 2017

1241 - ULTIMA CENA

Ultima Cena - Monastero di san Maurizio Maggiore, Milano

1240 - ESSERE CHIESA DEL GIOVEDI' SANTO - 2 -

Mi lascio ispirare brevemente dalle tre letture bibliche proposte dalla liturgia per aiutarci a contemplare e ad adorare, con gli occhi della mente e del cuore, il prodigio dell'ultima Cena.
I segni del pane e del vino
* La I lettura, dal libro di Giona, ci fa riflettere, sulla fedeltà e la tenerezza di Dio per la città di Ninive e per lo stesso profeta, atteggiamenti che trovano espressione compiuta nell'Eucaristia, in quell'ora che perdura lungo i secoli e le generazioni e nella quale - come recita l'inno di s. Tommaso d'Aquino che canteremo dopo la comunione portando in processione il Santissimo Sacramento - "il Verbo incarnato con la sua parola trasforma il vero pane nella sua carne, si dà in cibo ai Dodici".
* Della II e della III lettura che abbiamo ascoltato sottolineo le due sconvolgenti affermazioni di Gesù sul pane e sul vino e le conseguenze ne derivano. Nel brano della lettera di Paolo ai Corinti, scritta verso la Pasqua del 57, l'apostolo ci trasmette ciò che ha ricevuto dal Signore. Nella notte in cui fu tradito, prese il pane, lo spezzò e disse: "Questo è il mio corpo per voi".
Il pane spezzato, che è Cristo stesso, è inseparabile dallo spezzarsi della sua vita sulla Croce, e perciò l'Eucaristia è annuncio della morte del Signore, finché egli venga. Ogni Messa che celebriamo ci fa passare dalla morte alla vita, da questo mondo al Padre, ci attira prepotentemente verso il cielo dove si celebrerà per sempre il banchetto della gioia messianica; in ogni Messa si ripete il prodigio della divina misericordia. Non solo, ma il pane che spezziamo è la carne per la vita del mondo, in quanto l'Eucaristia supera tutti i confini e si pone come giudizio sulla storia, giudizio sulla capacità dei discepoli di Gesù di essere, in lui, segno di unità e di amore. Dunque la Messa ci apre al mondo e diventa missione, passione d'amore della Chiesa per la salvezza dell'umanità.
* Il testo del vangelo secondo Matteo premette, al racconto della passione, la descrizione dell'ultima Cena e ci dice che Gesù, dopo aver preso il calice del vino, afferma: "Bevetene tutti, perché questo è il sangue dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati". La parola biblica 'alleanza' richiama tutta l'iniziativa d'amore di Dio per l'uomo, a partire da Noè ad Abramo a Mosè e lungo i secoli. Pure nell'Eucaristia che stiamo celebrando l'intera storia della salvezza - passata, presente e futura - viene riassunta e sfocia nell'eternità; grazie a essa l'umanità divisa e dispersa diventa a poco a poco una nel Cristo.

Una duplice certezza
Possiamo trarre una triplice certezza sul rapporto di Gesù con la sua morte.
1. Gesù ha potuto anche come uomo prevedere sempre più chiaramente la sua morte violenta. Non è stato colto di sorpresa. Ciò che al più avrebbe potuto non attendersi era l'uccisione sul patibolo della croce da parte di legionari romani; conoscendo l'avversione crescente degli ambienti religiosi alla sua attività profetica, si sarebbe piuttosto aspettato di perire sotto la lapidazione, in un tumulto di folla, a cui si era già più di una volta sottratto. Egli stesso aveva pianto su Gerusalemme dicendo: "Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati…(Lc 13,34). In ogni caso le vicende lo mettevano sempre di più di fronte al rischio di morte.
2. Prevedendo la sua morte, Gesù non solo non si è tirato indietro, ma neppure ha tenuto per sé questa previsione: ne ha parlato apertamente nella cerchia ristretta dei discepoli, come mostrano le predizioni sulla passione. Non ha voluto quindi mai rimuovere questo argomento.
3. Gesù stesso, con le parole dell'ultima cena, ha indicato il senso che avrebbe avuto la sua morte guardata in faccia con amore e per amore nostro e ha consegnato tale senso nell'Eucaristia.
Sta a noi non ricevere invano questo mistero d'amore, sta a noi partecipare alla sua cena con quell'atteggiamento di continua conversione di cui ci ha parlato il libro di Giona: conversione della città di Ninive e conversione del profeta che è chiamato ad accettare l'agire perdonante e misericordioso di Dio per i peccatori. Nella comunione eucaristica il Signore si dona a noi e ci assimila a sé nella misura in cui il nostro cuore è indiviso e rinunciamo a noi stessi per accettare di diventare figli di Dio in Gesù e fratelli di ogni uomo; nella misura in cui ci amiamo reciprocamente e ci serviamo gli uni gli altri come ci ha comandato di fare dopo aver lavato i piedi ai discepoli. Per questo anch'io, all'inizio della celebrazione, ho lavato i piedi a dodici giovani che rappresentano, quali "Sentinelle del mattino", il futuro della nostra chiesa che vogliamo sia un futuro di amore e di servizio.
Per tutti noi ricevere la comunione questa sera significa affermare la nostra piena adesione alla volontà del Padre e insieme l'impegno di donarci con amore al prossimo, di vivere le beatitudini, di spendere la nostra vita per far nascere un mondo nuovo che sia riflesso del Regno di Dio, regno di pace e di giustizia, regno di amore e di verità.
Non c'è niente che ci apre alla conoscenza profonda di Gesù come l'incontro eucaristico, dove tutto avviene nello splendore e nella tenebra della fede: una conoscenza di amore e di fede, di amore che crede e di fede che ama. Se viviamo così il dono della comunione sapremo vedere il corpo e il sangue del Signore in ogni fratello, nelle povertà e nei limiti delle nostre comunità ecclesiali, nelle tante situazioni difficili del nostro tempo.
O Gesù, noi crediamo che il tuo corpo è veramente cibo, che il tuo sangue è veramente bevanda delle nostre anime sotto le specie del pane e del vino. Noi crediamo che nell'Eucaristia ti fai nostro contemporaneo, corrobori le nostre forze interiori, ci sostieni nel cammino verso l'eternità e che già sulla terra ci fai gustare quell'unione con la Trinità a cui, in te, il Padre ci chiama. Fa' che l'Eucaristia sia davvero il centro, il cuore della nostra vita cristiana, la sorgente inesauribile della riconciliazione, la medicina che ci guarisce dai peccati e ne strappa le radici, accresce la carità e rende più solida la comunione ecclesiale.
E tu, Maria, Madre dell'Eucaristia, ottienici in questa santa Messa di sentire quanto bisogno abbiamo di convertirci all'esercizio stabile e comune della carità nell'unità che hai vissuto nella tua esistenza terrena.
È così che si è Chiesa del Giovedì santo, che si è comunità eucaristica nel senso voluto dal Signore; una comunità che con l'amore può trasformare la terra arida in giardino vivibile e affrontare coraggiosamente le gravi sfide del nuovo millennio.
(Carlo Maria Martini, Omelia del Giovedì santo 2002 - seconda parte)

1239 - ESSERE CHIESA DEL GIOVEDI' SANTO

Con la celebrazione di questa Messa vespertina, che rievoca e rende presente l'ultima Cena di Gesù con i discepoli prima della sua passione, entriamo nel cuore dell'Anno liturgico, che è il grande Triduo pasquale.
Noi siamo perciò riuniti per fare memoria di quella prima Eucaristia celebrata da Gesù, per rendere presente questa stupenda realtà come memoria e insieme attualizzazione, come ricordo del passato e insieme presenza, come speranza e profezia per il futuro.
La sera del Giovedì santo è infatti il momento in cui Gesù, con i segni del pane spezzato e del vino versato, anticipa il sacrificio cruento della croce, avvenuto una volta per tutte sul Calvario, perché il suo corpo eucaristico e il suo sangue eucaristico restassero ad assicurarci la sua presenza lungo i secoli della storia. Egli stabilisce così in modo concreto la permanenza visibile e misteriosa della sua morte in croce per noi, del suo supremo amore per l'umanità, del suo venire al di dentro di noi per salvarci e santificarci.
E nell'Eucaristia sono racchiusi tutti gli eventi successivi alla Cena - dall'agonia alla passione, crocifissione, morte di Gesù, alla notte gelida del sepolcro e al mattino radioso della risurrezione.
Gesù riassume fedelmente, nel suo gesto inaudito e umanamente incomprensibile, tutto quanto il Padre gli ha chiesto di fare per la salvezza del mondo, la sua incondizionata dedizione che non si blocca davanti al tradimento di Giuda, ai nostri tradimenti, al rinnegamento di Pietro, alle nostre incoerenze. Il suo cuore, che sulla croce verrà squarciato, si apre già nella Cena per riversare lo Spirito sulla Chiesa e sul mondo.
Questo Spirito viene effuso su di noi, che stiamo per iniziare il Triduo pasquale con la tristezza nel cuore per l'inasprirsi dei conflitti e degli atti terroristici, che in Medio Oriente non hanno risparmiato neppure il giorno più sacro ai nostri fratelli ebrei, spargendo nuovo sangue innocente.
Come affermava Giovanni Paolo II nel suo messaggio per la pace di quest'anno: "Il terrorismo si fonda sul disprezzo per la vita dell'uomo. Proprio per questo esso non dà solo origine a crimini intollerabili, ma costituisce esso stesso, in quanto ricorso al terrore come strategia politica ed economica, un crimine contro l'umanità".
O Gesù, ancora una volta ci mettiamo davanti a te con dolore e tristezza per tante sofferenze di nostri fratelli e invochiamo con angoscia la cessazione di simili atti di violenza nel nostro paese e in ogni altro. Viviamo la preghiera di questi giorni anche come suffragio per i morti, conforto per i sopravvissuti, intercessione per quella pace che viene dalla potenza della tua risurrezione.
O Gesù, noi siamo davanti a te con stupore e tremore, riconoscendo che col tuo gesto eucaristico poni la tua vita nelle nostre mani per confermarci la tua misericordia, per ricordarci che nell'Eucaristia ogni promessa di Dio si compie, la violenza può essere vinta e Tu stesso diventi nostra vita e nostra pace.
(Carlo Maria Martini, Omelia per il Giovedì santo 2002)

martedì 11 aprile 2017

1238 - IN PREPARAZIONE ALLA PASSIONE DI GESU'

Questa straordinaria narrazione della Passione di Gesù, per quanto la ascoltiamo e la leggiamo, ci trova sempre disposti a percepire la novità, a misurare la nostra impossibilità a relegarla fra le cose già sapute e scontate. È come se ci fosse, in queste pagine, una permanente eccedenza sulla nostra capacità di intendere e una specie di rimando al futuro. Il vero commento a queste pagine non è il discorso concettuale ma è la vita vissuta. Con questo animo vorrei indicare semplicemente alcuni spunti di riflessione che potrebbero anche diventare la trama per una meditazione della settimana santa che comincia oggi. Mi colloco nell'ottica di questo centurione - la figura che balza all'improvviso al termine della narrazione - che dinanzi alla morte di Gesù dice: «Veramente quest'uomo era figlio di Dio!». E una confessione di fede di una purezza sconcertante. I discepoli erano fuggiti. Pietro, che aveva promesso di stare vicino al maestro a costo della morte, lui che aveva fatto la professione di fede che gli aveva meritato l’investitura - «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa».- non c'era. C'era soltanto questo pagano, che vede morire un uomo e avendolo visto morire in quel modo non dice: «che disperato!». Dice: «Veramente costui era figlio di Dio». C'è una contraddizione fra ciò che ha visto e ciò che ha confessato. È proprio in questa contraddizione che si annida il segreto di Gesù, il segreto della universalità e della permanenza del messaggio della Passione. Come tante e tante volte si è detto, la figura di Gesù non può essere posta nella serie dei fondatori di religioni o dei grandi pensatori, perché la sua singolarità è di aver fatto coincidere la via della conoscenza di Dio con la via della verità dell'uomo. Nell'ordine del confronto ha la priorità la via dell'uomo. La via crucis è la via dell'uomo. Chi percorre quella via fino in fondo, può arrivare anche a confessare che Gesù è figlio di Dio. Ma se non la percorre e confessa che Gesù è figlio di Dio, ha già commesso un' evasione in quanto parla di Lui attribuendo a Lui l'immagine di Dio che ci possiamo formare con le filosofie o con le superstizioni. Mentre dice che Gesù è Dio, uccide la verità della professione di fede. Questa verità si manifesta in fondo alla verità della croce. Perché si manifesta in fondo? Immaginate un uomo che abbia come sua unica legge l'amore per gli altri, un amore disposto fino al totale dono di sé. Fate camminare quest'uomo dove volete: in un mercato, in una banca, in un parlamento, in un ministero, in una curia ecclesiastica... Fatelo parlare, mettetelo a confronto con le figure che rappresentano le istituzioni che vi ho elencato. Che cosa avverrebbe? Avverrebbe che quest'uomo sarebbe, con una solidarietà immancabile, espulso da tutti, cacciato via. Uno direbbe, magari un suo amico: «Io quest'uomo non lo conosco nemmeno». Un altro direbbe: «Questo è pazzo», come disse Erede, un altro direbbe - magari in una curia ecclesiastica -: «Quest'uomo ha bestemmiato». Quest'uomo non potrebbe rientrare nei modi di vivere e di comprendere la vita che sono i nostri. Sarebbe un estraneo e troverebbe un'accoglienza solo tra i più disperati, che non essendo integrati nella società, hanno una sincera disponibilità al nuovo. Forse quest'uomo troverebbe il suo luogo proprio nelle periferie, nelle baraccopoli dove vive la gentaglia, perché là tutto è possibile, mancano le strutture di giudizio e c'è disponibilità ad accogliere ogni forma di esistenza purché sia irregolare in rapporto a quella istituzionalizzata. Quest'uomo ipotetico è Gesù Cristo. Questa è stata la sua vita, sempre, perfino prima di nascere. I suoi non furono accolti in un albergo perché non c'era posto per loro. In realtà non c'era posto per Lui. Ma perché non c'è posto? Non c'è posto perché il senso intimo di questa vita, la sua esemplarità che sorpassa ogni altro modello, è la coerenza con l'amore per gli altri fino al dono della propria vita. Dopo, è successo che la sua figura, consegnata alla memoria, è stata riadattata al tessuto convenzionale, al codice di esistenza vigente. Quest'uomo che è stato l'amore stesso è anche l'uomo in nome del quale sono stati accesi i roghi, si sono sgozzati gli uomini… è diventato un idolo, un dio inzuppato dei nostri fanatismi ideologici. No, il Gesù vigente non è il Gesù della Passione. Noi crediamo che ripetendo un nome ci rifacciamo alla realtà significata dal nome. E invece il nome di Gesù è un passe-partout che serve per tutto, è servito per tutto e serve ancora oggi per tutto. Ecco perché queste pagine o si leggono, stendendoci sopra, come si fa spesso, un velo devozionale e si ascoltano con uno spirito devoto e con buoni sentimenti in modo che esse non ci scalfiscano la coscienza, oppure ci apriamo alla forza del loro messaggio e sentiamo che i conti con la verità non li abbiamo ancora fatti. Abbiamo dentro di noi un'aspirazione senza la quale veramente tutta la storia sarebbe già chiusa, l'aspirazione ad una forma di esistenza che sia proprio quella in cui l'amore è l'unica legge. Non c'è uomo perverso, posto che si possano usare questi termini, che non abbia in un angolo di sé il sogno di una vita in cui l'unica legge sia l'amore. Nella figura di Gesù noi abbiamo la rappresentazione reale - sia pure attraverso le testimonianze codificate dei Vangeli - di questo modello di esistenza verso cui il fondo della nostra coscienza va come una pietra verso il centro di gravitazione. Come Giuseppe d'Arimatea era «uno che aspettava il regno», così noi tutti aspettiamo questo regno. C'è in noi questa attesa. Certo, siamo disgraziati! Lo attendiamo in questi anni perfino all'ombra dei missili! Forse non ci arriveremo mai, forse fra qualche anno sulla terra ci sarà un palmo di cenere in più e tutto sarà finito. Però esso è possibile. E allora la mia fede è aperta a questa possibilità. Io credo in questo e dico, vedendo consumarsi la vita di Gesù, dell'uomo giusto crocifisso fra due delinquenti: «costui è veramente il figlio di Dio». Più che se dicessi ai venti: «fermatevi!» e dicessi ai tumulti delle acque: «placatevi!», questo è il miracolo dei miracoli, è l'eterno miracolo morale. Il fatto che un'esistenza possa essere plasmata solo dall'amore è un miracolo. Del resto, se vi succede di trovare qualche persona in cui questo avviene anche appena in modo incipiente, voi dite: «ma questo è un miracolo!». Il miracolo che aspettiamo tutti è il mondo spoglio di violenza, è il mondo animato dall'amore. Lo chiamiamo col nome biblico? Chiamiamolo regno di Dio. La passione ha due epicentri. Uno è il Golgota dove si consuma tutto, dove anche la religione si chiude «si spaccò il velo del tempio» -, dove è finita per sempre la mediazione religiosa, perché il rapporto con Dio è ormai quello dell'amore che si dona. Anche il buon ladrone - lo chiamiamo così - entrò nel regno in un attimo solo perché si inserì nella logica di Gesù. L'altro è il momento in cui Gesù. anticipando quell'evento, prese del pane e del vino, raccolse i suoi e disse: «questo è il mio corpo e questo è il mio sangue». È il legame del rito, del gesto simbolico che inserisce nel tempo che va, nei secoli che corrono, quell'evento del Golgota. E un racconto sacramentale tra la nostra esperienza dispersa nel tempo e nello spazio e quel centra da cui tutto è stato annunciato in quanto è stata annunciata la verità che stiamo cercando, che il senso della vita è l'amore. Non dite che è la conoscenza di Dio. Certo sapere chi è Dio è tutto, ma purché si passi per questa porta stretta! Il Dio di Gesù non è il Dio dei filosofi, dei teologi... ma è questo Dio che il centurione vide mentre un uomo insanguinato, agitato, perfino con l'ombra della disperazione - «Dio mio perché mi hai abbandonato?» - spirò. Oggi mi sento fratello di questo centurione, l'unico che ha visto bene. Con tanti sacerdoti e uomini politici e discepoli di Gesù e future pietre della chiesa l'unico che ha visto giusto è stato questo pagano, uno che era dalla parte dei crocifissori. ha visto bene, ha intuito che il figlio di Dio è l'Amore e che l'alternativa del regno che Egli annuncia è vivere e morire per amore degli altri.
Ernesto Balducci – "Il Vangelo della pace" anno B – vol. 2

mercoledì 15 marzo 2017

martedì 14 marzo 2017

1236 - SONO VENUTO A CHIAMARE ... I PECCATORI A CONVERTIRSI

Cristo in croce chiama a gran voce... Offre la pace, si rivolge a te, desideroso di vederti abbracciare l'amore...: considera ciò, mio carissimo! Io, il Creatore infinito, ho sposato la carne per essere capace di nascere da una donna. Io, Dio, mi sono fatto compagno dei poveri. E' una madre umile che ho scelta. E' coi peccatori che ho mangiato. Non mi hanno fatto paura i peccatori. I persecutori li ho sopportati. Ho fatto l'esperienza della frusta e "fino alla morte di croce mi sono abbassato" (Fil 2,8). "Che cosa dovevo fare ancora?" (Is 5,4) Ho aperto il mio costato alla lancia. le mie mani e i miei piedi li ho lasciati trapassare. La mia carne insanguinata, perché non la guardi? La mia testa inclinata (Gv 19,30), come mai non gli presti alcuna attenzione? Ho accettao di essere contato nel numero dei condannati, ed ecco che, colmo di dolori muoio per te, affinché tu viva per me. Se non ti dai gran pensiero per te, se non cerchi di sfuggire alla morte, pentiti, almeno adesso, grazie a me che ho versato per te il balsamo tanto prezioso del mio sangue. Guardami in punto di morte e fermati sulla china del peccato. Sì, smetti di peccare: mi sei costato così caro prezzo!
Per te mi sono incarnato, per te anche sono nato, per te mi sono sottomesso alla Legge, per te sono stato battezzato, coperto di obbrobri, arrestato, coperto di sputi, beffeggiato, flagellato, ferito,inchiodato sulla croce, dissetato con aceto, e infine immolato per te. Il mio costato è aperto: prendi il mio cuore. Vieni, abbracciami: ti offro il mio bacio. Ti ho acquistato come mia parte di eredità, in modo che nessun altro ti possegga. Datti tutto a me che mi son dato interamente per te.
Richard Rolle (v. 1330-1349), eremita inglese
Il Canto d'amore, 32 

1235 - IO CREDO NEL TUO AMORE

“Io credo nel tuo amore, o mio Dio.
Guardando la Croce fa’ che io possa vedere
il Cristo che inclina la testa,
ma come per darmi un bacio, il suo bacio.
Vedere il suo cuore, che mi offre come rifugio,
a me che non ho vero rifugio.
E non avere paura del tuo amore,
che ci porta gioiosamente ad amare tutti.
E se siamo peccatori, come lo siamo,
so che tu ci ami lo stesso
perché il tuo amore non è come il nostro,
che dura un momento, ma è fedele.
Duro è Gesù, risalire la china della santità,
che abbiamo abbandonato;
a volte abbiamo paura della fatica di lasciare la valle del mondo
dove ci si perde o abbiamo paura della fatica:
ma sappiamo che tu ci sei vicino,
come fu vicino a te il Cireneo.
E ti chiedo, Gesù, dammi la forza,
che ebbe tua madre, di stare sotto la croce,
per sentirmi dire una volta, mille volte: “Figlio, ecco tua madre”.
Madre Teresa di Calcutta

1234 - QUARESIMA

La Quaresima ogni anno giunge repentina, ci coglie lì dove siamo e ci spinge, quasi ci costringe a iniziare ancora una volta un cammino di conversione.
Un cammino che è un tempo di preghiera nel quale discernere la "presenza" con la quale scegliamo di vivere e convivere. Un cammino di rinuncia e condivisione che è tempo nel quale non pretendere per sé più di quanto si riconosce agli altri. La Quaresima è dunque una chiamata che porta i tratti di un appello interiore, quell’intima ingiunzione spirituale che la parola del Signore sempre ci fa sentire quando decidiamo di ascoltarla. Per questo, non siamo noi a entrare in Quaresima ma è la Quaresima che entra in noi, e in qualche modo ci forza, ci fa violenza e si impone come una sorta di controtempo al nostro tempo.
Noi vorremmo vivere il tempo che ci è dato in quella tranquillità e leggerezza che lo stare alla superficie della vita accorda, lasciandoci portare dagli eventi, dai fatti piccoli e grandi che segnano la nostra quotidiana esistenza di persone, di credenti, di cittadini e che, alla lunga, impercettibilmente ci spossessano della libertà di decidere e di scegliere che uomini e donne essere, che vita vivere. Lasciare che le cose accadano senza assumere su di esse uno sguardo evangelico, significa infatti cedere alla tentazione di consegnare le chiavi del senso delle nostre vite a forze, a dominanti, a poteri che alla fine ci sovrastano e ci dominano perché abbiamo per troppo tempo consentito loro di regnare dentro di noi. La Quaresima è tempo di prova perché è tempo di decisione, ossia tempo nel quale consentiamo al Vangelo di Cristo di costringerci alla scelta, di stanarci nelle nostre ambiguità, di rivelarci gli aspetti umanamente e spiritualmente irrisolti.
Come i giorni dell’Avvento corrispondono ai giorni più bui dell’anno che culminano nel giorno del
Natale, nel quale la luce vince la tenebra, così i quaranta giorni della Quaresima corrispondono ai giorni nei quali la natura, dopo il sonno invernale, torna a vivere. Se l’Avvento invoca la venuta della luce più forte delle tenebre, la Quaresima invoca la vita più forte della morte. Il fine della Quaresima è la Pasqua, la rinascita a una vita che non rinuncia mai a rinnovarsi.
Ciclo della vita naturale e ciclo della vita spirituale pulsano al medesimo ritmo, conoscono le medesime regole e gli stessi principi. Per questo, la Pasqua cristiana ricorre sempre la domenica dopo il primo novilunio di primavera perché è la prima luna nuova che segna cosmologicamente
l’inizio vero della primavera. Il lavoro interiore che i credenti attraverso la preghiera, la rinuncia e la condivisione compiono nei quaranta giorni quaresimali, ha la stessa dinamica spirituale del lavoro nascosto che il seme sotterra compie nel corso dell’inverno per poter spuntare a primavera e poi germogliare e portare frutto a suo tempo. Il seme ha bisogno di un tempo nel quale, nascosto sotterra, possa morire a se stesso affinché dalla propria morte nasca una nuova vita. Così, i giorni della Quaresima sono i giorni nei quali il cristiano cerca di comprendere a fondo, facendo esistenzialmente propria quella parola del Vangelo nella quale Gesù ha sintetizzato la sua stessa esperienza spirituale di morte e vita: "Se il seme, caduto a terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto" (Gv 12,24). Nel mistero del seme Gesù ha riconosciuto il senso della sua vita. Nel mistero del seme è anche racchiuso il senso spirituale della Quaresima.
Goffredo Boselli, monaco di Bose, dal sito del Monastero di Bose

lunedì 27 febbraio 2017

1233 - UN MONDO NUOVO

… la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere.
dal Diario di Etty Hillesum

1232 - INGINOCCHIARSI

Come è grande Lui... e come son piccolo io! Così piccolo che non posso neppure mettermi a confronto con Lui!
Non è vero - e vien con tutta evidenza da sé - che non si può stare da superbi dinanzi a Lui? Ci si «fa piccoli»; si vorrebbe impicciolire la propria persona, perché essa non si presenti con tanta presunzione: l'uomo s'inginocchia.
E se al suo cuore questo non basta ancora, egli può inoltre prostrarsi.
E la persona profondamente chinata dice: «Tu sei il Dio grande, mentre io sono un nulla!». Quando pieghi il ginocchio, non farlo né frettolosamente né sbadatamente. Dà all'atto tuo un'anima!
Ma l'anima del tuo inginocchiarti sia che anche interiormente il cuore si pieghi dinanzi a Dio in profonda reverenza. Quando entri in chiesa o ne esci, oppure passi davanti all'altare, piega il tuo ginocchio profondamente, lentamente; ché questo ha da significare: «Mio grande Iddio!...».
Ciò infatti è umiltà ed è verità ed ogni volta farà bene all'anima tua.
(Don Romano Guardini, "I santi segni")

giovedì 16 febbraio 2017

1231 - DUE GIORNI DEDICATI AL CARD. MARTINI

In occasione del 90° anniversario della nascita di Carlo Maria Martini (15 febbraio 1927), la Fondazione a lui intitolata promuove al Centro San Fedele di Milano un insieme di iniziative per rivivere il messaggio di speranza del Cardinale.
Un reading per illustrare le potenzialità del nuovo Archivio digitale e presentare il terzo volume dell’Opera omnia martiniana, una mostra di ispirazione ecumenica dell’artista israeliano Shay Frisch, un concerto di musica sacra del Coro da camera di Varese costituiscono il cuore di “Io ci sono”, un evento pensato per approfondire - con stili e linguaggi diversi - un’eredità che, partendo da Milano, ha potuto irradiarsi ben oltre il perimetro diocesano per divenire punto di riferimento importante per credenti e non credenti.
Ci sarà spazio anche per un progetto interattivo. Tutti coloro che hanno conosciuto Carlo Maria Martini potranno rispondere alla Call for documents che verrà lanciata il 18 febbraio, portando alla sede della Fondazione scritti ricevuti dal Cardinale, fotografie che lo ritraggono, video (anche artigianali), registrazioni audio e qualunque altro materiale documentario utile alla costruzione dell'Archivio Martini (il materiale sarà digitalizzato e restituito).
Nel corso della due-giorni verranno anche proiettate le clip di alcune tra le oltre 30 videointerviste a collaboratori e amici del Cardinal Martini, che verranno progressivamente rese disponibili online. Tra gli intervistati, Umberto Eco, Massimo Cacciari, Renato Corti, Maris Martini, Silvano Fausti, Giovanni Giudici, Ferruccio De Bortoli, Silvia Giacomoni, Enzo Bianchi.
“Io ci sono” è un'iniziativa della Fondazione Carlo Maria Martini, con il patrocinio del Comune di Milano, in collaborazione con Fondazione culturale San Fedele, Fondazione Cariplo, Fondazione Unipolis, Fondazione Corriere della Sera, Rai Storia.

sabato 11 febbraio 2017

1230 - CREA IN ME O DIO UN CUORE PURO

È stato detto che solo l'aiuto di Dio salva. Chi sa di non avere più nessun soccorso, prega molto. E quanto più prega, tanto più il suo cuore diventa umile. Infatti uno non può pregare e chiedere, se non è umile. « Un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi » (Sal 51,19). Infatti, finché il cuore non si sarà fatto umile, non riuscirà a non perdersi; invece l'umiltà lo farà concentrare.
Quando l'uomo si è fatto umile, subito viene circondato dalla compassione e il suo cuore allora sente il soccorso divino. Scopre una forza che sale dentro di lui, la forza cioè della fiducia. Quando l'uomo sente così l'aiuto di Dio, quando sente che egli è presente e viene in suo aiuto, subito il suo cuore è colmo di fede, e capisce allora che la preghiera è il rifugio del soccorso, la fonte della salvezza, il tesoro della fiducia, il porto libero dalla tempesta, la luce di coloro che sono nelle tenebre, il sostegno dei deboli, il sollievo nel tempo delle prove, l'aiuto in mezzo alla malattia, lo scudo che libera nelle lotte, la freccia lanciata contro il nemico. In una parola, la moltitudine dei beni entra in lui mediante la preghiera. Trova dunque le sue delizie ormai nella preghiera della fede. Il suo cuore risplende di fiducia.
Isacco di Siria (VII secolo), monaco nella regione di Mossul
Discorsi ascetici, prima parte, n° 21
 

1229 - VISITA PASTORALE DEL CARDINALE SCOLA

CHE COSA È LA VISITA PASTORALE
La Visita Pastorale è l’incontro dell’Arcivescovo con la comunità del nostro territorio.
Egli si fa presente per esercitare, assieme ai suoi collaboratori, la responsabilità nel convocare, guidare, incoraggiare e consolare il popolo santo di Dio che gli è stato affidato. Il nostro Arcivescovo ha voluto la Visita Pastorale secondo una modalità feriale. Significa che intende compiere una seria e fruttuosa verifica di come la comunità ha accolto gli indirizzi proposti dal suo magistero per una “conversione pastorale e missionaria”.

I CONTENUTI DI RIFERIMENTO DELLA VISITA PASTORALE
Sono gli indirizzi pastorali che l’Arcivescovo ci ha offerto in questi anni. L’esortazione costante e di fondo è stata quella di riconoscere che la fede anima la vita quotidiana di ciascuno. Il cristiano è chiamato ad essere un testimone dell’amore di Dio che si è manifestato in Gesù, in tutti gli ambienti di vita. In questo senso l’Arcivescovo ha chiesto di “Educarsi al pensiero di Cristo” (Lettera pastorale 2015/2016), dopo avere specificato che l’ambito della vita cristiana, anche dell’azione pastorale
delle parrocchie, è il “mondo” (vedi “Il campo è il mondo”, Lettera pastorale 2013).
Ma la testimonianza cristiana non è semplicemente impresa del singolo. È la comunità che nel suo insieme deve diventare “Comunità educante”, offrendo un volto di Chiesa accogliente, animato dallo stile della misericordia; soprattutto il volto di una Chiesa che sa “uscire”, riconoscendo l’azione dello Spirito nella realtà della vita delle persone, come sempre ricorda Papa Francesco.
Occorre quindi superare la tentazione di una fede “individualista” e la divisione tra le attività pastorali delle parrocchie e la “pastorale d’ambiente”. In particolare tutti i gruppi, le associazioni e i movimenti se da un lato vanno riconosciuti nelle loro specificità, dall’altro devono sentirsi tutti coinvolti nell’unica missione evangelizzatrice della Chiesa (“Pluriformità nell’unità”).

“La famiglia è il soggetto primario dell’educazione al pensiero di Cristo e la più comune attuazione della vocazione e missione dei fedeli laici nella Chiesa. Ogni riforma della Chiesa sarebbe vana se prescindesse dalla centralità del matrimonio e della famiglia” (Educarsi al pensiero di Cristo p. 60).

La Visita Pastorale è anzitutto occasione per le nostre comunità di verificare se ci si è messi in cammino secondo questi indirizzi. È una verifica che ha il suo avvio nel confronto sulla vitalità dei “quattro pilastri” che reggono e animano ogni comunità cristiana, così come sono espressi in Atti 2, 42-47 (vedi “Il Dio vicino”, Lettera pastorale 2011).
 
COME SI SVOLGERÀ LA VISITA PASTORALE
Tutte le comunità parrocchiali dei Decanati “Lambrate” e “Città Studi” si stanno da tempo preparando alla Visita Pastorale. Dopo l’incontro con l’Arcivescovo, sono previsti diversi momenti che verranno comunicati a suo tempo. Il cuore della Visita sarà l’incontro del 17 febbraio con l’Arcivescovo.
A questo momento sono invitati tutti i sacerdoti, i diaconi, i consacrati e i laici delle comunità.
Sarà soprattutto un momento di confronto. L’Arcivescovo, infatti, risponderà ad alcune domande sulla vita pastorale delle comunità e sui problemi aperti. Una commissione è delegata dai Consigli Pastorali delle comunità a preparare le domande.

VENERDÌ 17 FEBBRAIO ALLE ORE 20,45
Presso la Basilica Ss. Nereo e Achilleo
VIALE ARGONNE 56 - MILANO
 

1228 - LA CONOSCENZA DI SÉ E DI DIO

Uno dei frutti della preghiera è il fatto di entrare progressivamente in una conoscenza di Dio e in una conoscenza di se stessi.
La preghiera ci introduce a poco a poco in una vera conoscenza di Dio, non di un Dio astratto, lontano, non il Dio dei filosofi e neanche quello di una certa teologia fredda e cerebrale, ma il Dio personale, vivente e vero, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Padre del Signore nostro Gesù Cristo.
La preghiera ci permette di passare dalle nostre idee su Dio a una esperienza di Dio: "Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono" (Gb 42, 5).
L'oggetto principale di questa rivelazione personale di Dio è conoscerlo come Padre. La paternità di Dio per noi è la realtà più profonda che esista, la più ricca e inesprimibile, un abisso inconcepibile di vita e di misericordia. Non c'è nulla di più felice che essere figli. In ogni istante della nostra vita, attendere tutto con fiducia dal dono di Dio.
"Com'è dolce chiamar Dio Padre nostro", diceva Teresa di Lisieux, versando lacrime di felicità.
(Venerabile Marthe Robin, 1902-1981)

mercoledì 1 febbraio 2017

1227 - VISITA DEL PAPA A MILANO - VOLONTARIATO

Diventa volontario, puoi registrarti fino a domenica.
La Diocesi di Milano cerca tremila volontari per la visita di Papa Francesco.
Nel sito www.chiesadimilano.it si spiega che requisiti devono avere e che disponibilità è chiesta. Se anche tu vuoi proporti, chiedi alla tua parrocchia oppure contatta direttamente il referente decanale volontari.
C'è tempo fino a domenica 5 febbraio per proporsi!
www.papamilano2017.it


 

1226 - DONARSI TEMPO

Come augurio di buon anno ho ricevuto la poesia: “Ti auguro tempo”, della tedesca Elli Michler. Mi piace credere che l’amica Gabriella abbia scelto di indirizzarla solo a me, e che, conoscendomi, abbia voluto invitarmi a non affannarmi nella rincorsa del tempo.
Non ti auguro un dono qualsiasi,
ti auguro soltanto quello che i più non hanno
Penso a chi ci ha lasciato, agli amici che abbiamo avuti vicino per tanta strada e a cui avremmo potuto, ne sono certa, dare e dire di più, e riesco a cogliere il senso di questo augurio: fare tesoro di ogni ora e di ogni minuto regalati dalla vita.
Ti auguro Tempo, per divertirti e per ridere;
se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa.
Nella visione un po’ calvinista del vivere, mio e di alcuni amici, è poco il tempo che resta al divertimento puro. Passo davanti ai tavolini esterni di un bar, dove stazionano uomini di diverse età, incuranti del freddo invernale, troppo intenti a parlare animatamente e allegramente di qualcosa che mi sfugge. Ecco ciò che non mi concedo: la chiacchiera leggera, fine a se stessa, che ritempra lo spirito con la sola vicinanza all’altro.
Ti auguro Tempo, per il tuo fare e il tuo pensare,
non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro Tempo, non per affrettarti e correre,
ma Tempo per essere contento.
Fare e pensare, insieme: un dono che non possiedo. Con l’eccesso di ragione e relative elucubrazioni, pongo freni alle tante possibilità di cui potremmo beneficiare, io e gli altri.

Chi corre sempre, come me, si illude di guadagnare tempo, di imbrigliare la vita, di farla durare più a lungo. Invece lascia scivolare via la percezione materiale delle ore e dei giorni e accumula tempo solo cronologico..
Ti auguro Tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro Tempo perché te ne resti.
Elogio del fermo immagine: esiste un tempo che può trascorrere senza eventi esteriori ma in grado di rimandarci, come in uno specchio, la nostra immagine. Tempo che all’apparenza è inattivo, insidiato dal timore dello spreco e dallo spettro della noia, ma che sa creare silenzio e solitudine.Tempo per stupirti e Tempo per fidarti
E non soltanto per guardarlo sull’orologio.
Ti auguro Tempo per contare le stelle
e Tempo per crescere, per maturare.

Lo stupore è possibile: basta immergersi nella natura o accostarsi alle bellezze artistiche di casa nostra per sentirne il richiamo. E poter accantonare il tempo segnato sul quadrante di un orologio.
Ti auguro Tempo, per sperare nuovamente e per amare.
Non ha più senso rimandare.
Ti auguro Tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.
Oggigiorno abbiamo un gran bisogno di sperare, a dispetto delle disillusioni e nonostante le continue perdite. Ci serve il tempo per immaginare il futuro e sognare momenti migliori.
Ti auguro Tempo anche per perdonare.
Ti auguro di avere Tempo,
Tempo per la vita.
Infine, in questo Tempo che auguro a me, e a voi, di ritrovare, Elli Michler ci sollecita a trovare tempo per il perdono, proiettando una luce nuova sulla comune radice tra le parole “ dono” e “perdono”.
MARGHERITA GIROMINI - 27/01/2017

1225 - CHIEDERE TUTTO

La vocazione dell'uomo non è quella di realizzare una sua perfezione di vita, è quella di realizzare Dio stesso, perché Dio stesso vuol vivere nell'uomo.
E allora, che cosa puoi chiedere a Dio se non una infinita santità?
Pertanto, non è presunzione chiedere molto: è sempre, piuttosto, peccato di timidezza, d'incredulità nell'amore, il chiedere meno che lui, il voler meno che lui. D'altra parte, fintantoché si chiede meno di lui, Dio può anche non ascoltarci, perché qualunque altra cosa tu gli chieda, potrebbe non rientrare nei piani divini. Ma se gli chiediamo lui stesso, egli non potrebbe mai negarci quello che gli chiediamo.
Perché è precisamente questo il fondamento di ogni nostra speranza, anzi di ogni nostro rapporto con lui: l'amore suo infinito per il quale egli tutto si è dato e vuol comunicarsi, perché l'uomo viva in lui e lo possegga come suo bene, come sua ricchezza, come sua eternità.
(don Divo Barsotti, "La presenza del Cristo")

venerdì 27 gennaio 2017

1224 - DAVANTI A DIO

E non possiamo essere onesti senza riconoscere che dobbiamo vivere nel mondo “etsi deus non daretur”. E appunto questo riconosciamo davanti a Dio! Dio stesso ci obbliga a questo riconoscimento. Così il nostro diventar adulti ci conduce a riconoscere in modo più veritiero la nostra condizione davanti a Dio.
Dio ci dà a conoscere che dobbiamo vivere come uomini capaci di far fronte alla vita senza Dio. Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona (Mc 15,34).
Dietrich Bonhoeffer, Resistenza e resa