Parrocchia S. Gerolamo Emiliani di Milano - Blog

Il Blog "Insieme per..." vuole proporre spunti di riflessione e di condivisione per costruire insieme e fare crescere la comunità della parrocchia di San Gerolamo Emiliani di Milano, contribuendo alla diffusione del messaggio evangelico.

martedì 29 dicembre 2015

1145 - APOSTOLATO DELLA PREGHIERA - GENNAIO 2016

Universale: Perché il dialogo sincero fra uomini e donne di religioni differenti porti frutti di pace e di giustizia.

Per l’evangelizzazione: Perché mediante il dialogo e la carità fraterna, con la grazia dello Spirito Santo, si superino le divisioni tra i cristiani.

domenica 27 dicembre 2015

1144 - ADORAZIONE DEI PASTORI DI RUBENS

 

Realizzata per la chiesa degli oratoriani a Fermo, la pala è uno dei capolavori del nascente barocco europeo. Il maestro fiammingo la dipinse nel 1608, al termine del suo soggiorno in Italia, infondendovi le suggestioni del Correggio e del Caravaggio.
Con gesto di materna premura, Maria svela il figlio all’umanità adorante, e si commuove ella stessa alla vista del frutto del suo grembo, il Verbo che si è fatto carne per amore. E la luce che rifulge dal divino infante si riflette sui volti dei presenti, ad accendere i cuori, a illuminare la notte. Sì, ecco la bontà misericordiosa di Dio, venuta «a visitarci dall’alto come sole che sorge, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte»...
È un capolavoro davvero da riscoprire, questa Adorazione dei pastori di Pieter Paul Rubens. Un’opera splendida ed emozionante, che dalla Pinacoteca di Fermo viene oggi offerta all’ammirazione del più vasto pubblico nel consueto appuntamento natalizio a Palazzo Marino a Milano. Un messaggio di speranza e di pace nel linguaggio universale della bellezza dell’arte, come i promotori di questo evento hanno voluto sottolineare, al di là di ogni retorica.
Rubens realizzò questa tela nel 1608, dopo otto anni di permanenza in Italia. Vi era arrivato dalle Fiandre poco più che ventenne per completare la sua formazione artistica, come molti altri pittori del nord Europa. A Reggio Emilia aveva ammirato i lavori del Correggio, a Roma si era lasciato ispirare dal Carracci, nutrendosi anche delle antichità classiche che ogni giorno andavano scoprendosi. Ma, soprattutto, era rimasto folgorato dai dipinti di un collega pressoché coetaneo, quel Michelangelo Merisi detto il Caravaggio che aveva portato nella Città eterna una ventata di rivoluzione.
Come lo stesso Caravaggio, anche Rubens frequentava l’ambiente degli oratoriani di san Filippo Neri. E proprio per la nuova chiesa che la congregazione aveva eretto a Fermo, al giovane pittore fiammingo, ormai assai apprezzato, venne commissionata questa grandiosa Natività. Che di fatto resterà l’ultimo suo lavoro realizzato nel nostro Paese, prima del suo definitivo ritorno a casa, ricco di esperienze e di ricordi.
La pala di Rubens, sempre venerata dai fedeli del centro marchigiano, per la sua collocazione “appartata” è rimasta a lungo sconosciuta alla critica, e “riscoperta” soltanto negli anni Venti del secolo scorso dal grande storico dell’arte Roberto Longhi, che riconobbe in quest’opera uno dei capolavori assoluti del maestro fiammingo, artefice della grande stagione barocca al di là delle Alpi.
I pastori, ai quali per primi è stato dato il lieto annuncio (loro che vivono nomadi ai margini delle città, loro che vegliano nell’attesa mentre i dotti di questo mondo cedono al sonno, come evidenziavano simbolicamente i Padri della Chiesa), si stringono attorno alla mangiatoia dove giace il bambino Gesù. Il loro aspetto, i loro visi, rivelano età diverse: c’è la ragazza col cesto, poco più che adolescente; un giovane vigoroso, dalle membra nerborute; un uomo maturo, i capelli appena striati di bianco; l’anziana dalla pelle rugosa. L’umanità intera, i figli di Adamo e di Eva, giungono qui ad adorare il Cristo.
Giuseppe, più in ombra, ma non certo avulso dalla scena, alza lo sguardo in alto, dove volteggiano angeli e putti di corposa fisicità, stendendo come uno striscione nella stalla di Betlemme l’inno di gloria.
Anche gli occhi della vecchia si alzano dal giaciglio del neonato: ed è uno sguardo di commozione, di una gioia interiore per una speranza a lungo attesa, e che ora finalmente si compie. Così che questa figura pare già l’immagine della profetessa Anna, “molto avanzata in età” (come riporta il vangelo di Luca), che nel Tempio, insieme al venerando Simeone, riconoscerà in quel bambino il Salvatore…
È un “gioco” di anticipazioni che Rubens, crediamo, attua anche con il personaggio ammantato di rosso, che ha così grande evidenza in primo piano. L’atteggiamento risoluto del pastore, la corta barba, la stessa veste purpurea, ma soprattutto il gesto perentorio della mano a indicare Gesù, sembrano voler rimandare alla figura stessa del Battista: eccolo, dice quel dito puntato, «l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo». www.chiesadimilano.it
«Adorazione dei pastori» di Rubens è esposta presso la Sala Alessi di Palazzo Marino a Milano (piazza della Scala, 2).
Orari: tutti i giorni dalle 9.30 alle 20 (giovedì fino alle 22.30; 24 e 31 dicembre chiusura anticipata alle 18).
Fino al 10 gennaio 2016. Ingresso libero.

giovedì 24 dicembre 2015

1143 - BUON NATALE

P. Rupnik - La Natività - Cappella della “Casa incontri cristiani”
IL PARROCO PADRE LUIGI,
E LA COMUNITA' DEI RELIGIOSI PIAMARTINI
AUGURANO
SANTO NATALE E BUON ANNO 2016 !

1142 - DIO CHE SALVA

Alla nascita di un bimbo tutti domandano qual è il suo nome e la risposta ci rende il nuovo arrivato già familiare. Sappiamo che la domanda è scontata, ma fatecelo chiedere lo stesso: come si chiama il Bimbo di Giuseppe e Maria? Non “Giuseppe” secondo il buon senso del tempo; altro era il Padre delle cui cose il piccolo avrebbe dovuto occuparsi… Non “Emmanuele” il “Dio con noi” secondo la profezia di Isaia… Del resto il nome non fu scelto dai genitori, ma accolto come dono, come già un dono assolutamente gratuito fu quel Bimbo. Non fu concorso d’uomo, ma l’opera dello Spirito Santo a generarlo in Maria e ugualmente, in modo casto, senza brama di possesso, nella piena consapevolezza di non essere gli artefici di quella vita, gli fu dato il nome.
Un nome che è la chiave per accoglierlo, un nome che ci deve spalancare le braccia – e non solo – per prendere tra noi questa nuova vita. Cantiamo infatti così: Suscepimus, Deus, misericordiam tuam, in medio plebis tuae, secundum nomen tuum [Accogliamo, o Dio, la tua misericordia, in mezzo al tuo popolo, secondo il tuo nome]. Il suo nome è forse allora “misericordia”? Non proprio… e neanche “Emanuele” abbiamo detto. Però sappiamo che quel nome ci dirà come accoglierlo, cosa domandargli, che spazio fargli in noi e forse anche chi siamo noi dinanzi a Lui. Del resto già i suoi santi genitori, lungi dal scegliere il suo nome, quasi l’hanno ricevuto loro da Lui ricordati come sono accanto a Lui, come padre e madre suoi o, addirittura, per Dante, come “figlia del tuo figlio”.
Qual è il suo nome, allora? Già Mosè, l’amico di Dio, l’aveva chiesto e aveva conosciuto un nome impronunciabile che diceva una presenza che mai vien meno e accompagna presente, passato e futuro. Poi, quando vide Dio di spalle, comprese il modo di quella presenza e, dopo il grande peccato del vitello d’oro, poté ancora seguirlo, andargli dietro – alle spalle, appunto – con il popolo. Dio infatti è “misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco d’amore e di fedeltà” (Es 34, 6).
Qual è il suo nome? Ci risponde Maria nel Magnificat dove con il nome ci rivela come accogliere il Bimbo nato per noi: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta di Dio mio salvatore” (Lc 1, 46 – 47).
“Magnifica”, rende grande, ma come si può rendere grande Dio? Eppure Maria l’ha nutrito di sé, l’ha cresciuto e gli ha dischiuso il mondo…
Ma anche “esultare in Dio” non è cosa facile: bisogna essere in Lui, dimorare in Lui, essere dentro il suo disegno…
Qual è dunque quel nome che ci permette di accoglierlo così? Ce lo ha detto Maria: “Dio mio salvatore”, Gesù, “Dio salva”. Sì, Dio salva e può divenire sempre più grande, può crescere in noi e intorno a noi, quanto più lo facciamo essere nostro salvatore, quanto più lo nutriamo del nostro essere domanda di salvezza, quanto più gli dischiudiamo il mondo della nostra vita, delle nostre relazioni, della nostra città perché vi entri come salvatore, quanto più lo facciamo entrare nei nostri pensieri, nei nostri affetti, nei nostri gesti, nelle nostre scelte. Sì, Dio salva, e noi possiamo entrare nella sua salvezza ed esultare in Lui, possiamo portargli tutto di noi e dimorare in Lui prima di essere perfetti, senza difetti o ferite… quanti pochi sono i luoghi, le relazioni, gli incontri in cui possiamo essere totalmente noi stessi senza maschere né divisioni: lì c’è esultanza!
Il suo nome è “Dio salva”: allora veramente “accogliamo, o Dio, la tua misericordia in mezzo al tuo popolo”.
Romite Ambrosiane, in
http://www.rmfonline.it/

1141 - VI ANNUNCIO UNA GRANDE GIOIA

"Vi annuncio una grande gioia: oggi nella città di Davide è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore": la gioia è il sentimento che accompagna la celebrazione del Natale del Signore.
Il "segno" che, come ai pastori, è offerto al credente, "è proprio l'umiltà di Dio, l'amore con cui Egli ha assunto la nostra fragilità e i nostri limiti" (papa Francesco). Lo straordinario Anno giubilare ci apre alla conoscenza dell'amore di Dio per ogni uomo: solo affidandoci alla sua misericordia possiamo comprendere che cosa significa essere suoi figli. In Gesù, che condivide la nostra stessa umanità, possiamo dirci realmente figli di Dio: figli nel Figlio, "familiari" di Dio, resi cioè pienamente partecipi dell'amore del Padre.

1140 - IL BAMBINO

Quando ti preghiamo, Gesù, nel nostro cuore, quando ti adoriamo nell'Ostia Santa dell'altare, quando conversiamo con te presente in Cielo, e a te diciamo il nostro grazie per la vita, e su te versiamo il pentimento dei nostri sbagli, e da te invochiamo le grazie di cui abbiamo bisogno, sempre ti pensiamo adulto, Signore.
Ora ecco che, luce sempre nuova, ogni anno ritorna Natale, e come una rinnovata rivelazione ti mostri a noi bambino, neonato in una culla, e un'onda di commozione ci invade. E non sappiamo più formulare parola, né osiamo chiedere.
Il mistero ci ammutolisce ed il silenzio adorante dell'anima si confonde con quello di Maria, la quale, alla dichiarazione dei pastori che udirono il canto degli angeli, "serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore".
Il Natale: quel Bambino sempre ci appare come uno dei misteri più sconcertanti della nostra fede, perché è principio della rivelazione dell'amore di Dio per noi che poi s'aprirà in tutta la sua divina, misericordiosa, onnipotente maestosità.
(Chiara Lubich)

1139 - LA GLORIA DEL SIGNORE LI AVVOLSE DI LUCE

La notte avvolgeva il mondo intero prima che sorgesse la luce vera, prima della venuta di Cristo; anche la notte regnava in ognuno di noi, prima della nostra conversione e della nostra rigenerazione interiore. Non era forse la notte più profonda, le tenebre più spesse sulla faccia della terra quando i nostri padri adoravano falsi dei? ... E un'altra notte oscura non era forse in noi quando vivevamo senza Dio in questo mondo, seguendo le nostre passioni e il fascino di questo mondo, facendo cose di cui arrossiamo oggi come altrettante opere delle tenebre?...
Ma ora, siete stati affrancati dal vostro sonno, vi siete santificati, siete divenuti figli della luce e figli del giorno e non siete più nelle tenebre e nella notte (1 Ts 5,5)... «Domani vedrete in voi la maestà di Dio». Oggi il Figlio si è fatto per noi giustizia venuta da Dio, domani egli si manifesterà in quanto nostra vita, affinché appariamo con lui nella gloria. Oggi un bambino è nato per noi, per impedire che ci eleviamo nella vana gloria e, convertendoci, diventiamo come dei bambini. Domani egli si mostrerà nella sua grandezza per suscitare la nostra lode e perché anche noi possiamo essere glorificati e lodati quando Dio attribuirà a ciascuno la sua gloria... «Noi saremo simili a lui perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv 3,2). Oggi infatti non lo vediamo realmente, ma come in uno specchio (1 Cor 13,12); ora, egli riceve ciò che dipende da noi. Domani invece lo vedremo in noi, quando ci darà ciò che dipende da lui, quando si mostrerà così come egli è e ci prenderà per elevarci fino a lui.
San Bernardo, 5° discorso per la vigilia di Natale

mercoledì 23 dicembre 2015

1138 - IL SENSO DEL NATALE

Che cosa significa Natale?
Qui dobbiamo avanzare verso il nucleo della fede cristiana. Sull'essenza del cristianesimo esistono definizioni annacquate. Il cristianesimo non è la religione dell'amore del prossimo, o dell'interiorità, o della personalità o di quant'altro. Naturalmente, in tutto ciò v'è qualcosa di esatto, ma come un secondo aspetto, che acquisisce il suo senso solo quando è chiaro ciò che è primo e autentico. L'Antico Testamento ci mostra che Dio si pone in modo indipendente di fronte a tutto ciò che si chiama «mondo». «Io sono Colui che io sono», Egli risponde sull'Oreb all'uomo Mosè, che gli chiede il suo nome (Es 3, 14).
Quale abisso di pensiero che la parola «Io sono» sia nome di Dio, che come tale non spetta ad alcun altro essere! Infatti il mondo non «è» in senso puro e semplice, ma è in virtù di Lui: da Lui creato, totalmente e assolutamente. Creato in pura libertà, senza costrizione. Esso è
«davanti» a Lui; provenendo da Lui e a Lui diretto.
Ma poi avviene qualcosa di misterioso. Nella Rivelazione neotestamentaria, nella coscienza di Gesù, nel modo in cui Egli parla di Dio, tratta con Lui, rapporta a Lui la propria esistenza, si fanno chiare distinzioni. Questo Dio è l'Uno e Unico, ma non è solitario. In Lui v'è un mistero di comunione, v'è «Io» e v'è «Tu», e i nomi che Gesù cita per indicarli sono «Padre», «Figlio» e «Spirito Santo». Questi nomi non hanno relazione di sorta con il mito, con i suoi dèi-padri e dèi-figli. Non è lecito però abbandonarli, poiché Dio stesso ce li ha dati, e sono le porte d'accesso al suo mistero.
Ora ci viene rivelato che questo Figlio è entrato nel mondo. Ma ciò in un senso inaudito. Non solo per via psicologica, nell'animo di una persona pia profondamente dotata; non solo in termini spirituali, nei pensieri di una grande personalità; ma realmente, storicamente, così da produrre l'unità personale con un essere umano.
Dio s'è fatto uomo, figlio di una madre umana, uno di noi, ed è rimasto ciò che Egli è eternamente, Figlio del Padre nel ciclo. Egli, che come Dio era in tutto, ma sempre «dall'altro lato del confine», nell'eterno riserbo, è venuto al di qua del confine, ed è stato ora presso di noi, con noi.
Di questo evento parla il Natale. Questo è il suo contenuto, questo soltanto. Tutto il resto - la gioia per i doni, l'affetto della famiglia, il rinvigorirsi della luce, riceve di là il suo senso. E quando quella consapevolezza svanisce, tutto scivola sul piano meramente umano,
sentimentale, anzi brutalmente affaristico. Il fatto dell'Incarnazione è esso stesso Rivelazione, anzi quella autentica e colmante. Essa dice: Dio è tale da essere in grado di farsi uomo. Egli è tale che, ai suoi occhi, per parlare col linguaggio della Genesi, è «cosa buona» e «molto buona» compierla (Gv 1, 10.12.18.25.31).
Ma il motivo, di cui si parla così alla leggera, cioè che Dio lo fa per amore, anzi che Egli è Colui che ama in senso puro e semplice - risulta chiaro solo perché l'intento per il quale Dio attua l'inaudito fatto dell'Incarnazione, appunto ciò è l'amore.
L'amore di cui parla la Rivelazione non è un valore etico universale; non è un orientamento del voler bene o della bontà, non un sentimento del cuore umano o che altro si voglia.
La parola «amore» non è qui un concetto, ma un nome per designare l'intendimento di Dio. Quando lo si coglie, ha inizio la conversione dello spirito. Tutto cambia, tutto diventa giusto, si rettifica, e si schiudono pensieri d'una grandezza e intimità che, come dice Paolo,
«superano ogni comprensione» (Fil 4, 7).
È questo ciò che proclama a noi il Natale, quando ci stanchiamo delle realtà apparenti e fallaci e vogliamo ascoltare quanto è autentico.
(don Romano Guardini)

1137 - LA LUCE, LA PAROLA, LA GIOIA

Quanto buio può sopportare la terra?
Il buio: sguardi smarriti che non vedono speranze,
bellezze perdute, nascoste in un abisso di nulla,
cuori spaventati, che invocano abbracci.
Quanto buio può sopportare la terra?
La terra non si stanca, non sopporta,
custodisce invece un germoglio
e prega: ci vorrebbe una luce, un sole che sorge dall’alto.

Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo (Gv 1,9).

Quante parole può sopportare la terra?
Le parole perdute, che non sono più nomi di niente
che non sono più cose e verità da dire,
le parole cattive, armi per ferire,
le parole sceme, le parole false, le parole troppe,
le parole grigie che seminano grigiore, lamento e scontento.
Quante parole può sopportare la terra?
La terra non si stanca, non sopporta,
si impregna invece di letame
e prega: ci vorrebbe un silenzio, per una confidenza amica.

E il Verbo si fece carne (Gv 1,14)
Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi
E la vostra gioia sia piena (Gv 15,11).

Quanto dolore può sopportare la terra?
Non vi sembra l’orrore e il grido, le lacrime e la rabbia
siano già oltre il limite dell’eccessivo?
Quanto dolore può sopportare la terra?
La terra, come la madre, non pone limiti e non dispera,
non vive la pazienza come una forma trattenuta di esasperazione,
ma come una preghiera: ci vorrebbe qualche cosa come una specie di pace!
anzi - un sogno? - come una festa
non una qualche attesa di un risarcimento postumo
ma come una esperienza di letizia compiuta.

Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia
che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide
un salvatore, che è Cristo Signore (Lc 2,10-11)

A Natale possa riposare la terra, e possa rallegrarsi la moltitudine immensa dei figli di Dio
che percorrono la terra e ne imparano la preghiera.

Auguri!
Mons. Mario Delpini

sabato 19 dicembre 2015

1136 - DOMENICA DELL'INCARNAZIONE

"Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola": guardando a Maria, siamo chiamati a verificare la nostra disposizione interiore davanti al mistero di Dio che si fa uomo.
Abbiamo saputo "fargli posto" nella nostra vita, affinchè il suo Natale non si riduca a semplice esperienza emotiva o allo scintillio delle luci della festa?
Nell'intenzione della liturgia, possiamo contemplare, con uno sguardo di fede, il Figlio e la Madre. Quasi sulla soglia della celebrazione natalizia, questa "è la festa della Misericordia di Dio che si fa carne e assume fino in fondo l'umana condizione. Il suo abbraccio tiene dentro tutto, perfino il nostro peccato, e tutto penetra della sua forza salvifica per redimerlo" (card. Angelo Scola)

1135 - GIUBILEO DELLA MISERICORDIA - 4

10. L’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia. Tutto della sua azione pastorale dovrebbe essere avvolto dalla tenerezza con cui si indirizza ai credenti; nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia. La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole. La Chiesa « vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia ».
Forse per tanto tempo abbiamo dimenticato di indicare e di vivere la via della misericordia. La tentazione, da una parte, di pretendere sempre e solo la giustizia ha fatto dimenticare che questa è il primo passo, necessario e indispensabile, ma la Chiesa ha bisogno di andare oltre per raggiungere una meta più alta e più
significativa. Dall’altra parte, è triste dover vedere come l’esperienza del perdono nella nostra cultura si faccia sempre più diradata. Perfino la parola stessa in alcuni momenti sembra svanire.
Senza la testimonianza del perdono, tuttavia, rimane solo una vita infeconda e sterile, come se si vivesse in un deserto desolato. È giunto di nuovo per la Chiesa il tempo di farsi carico
dell’annuncio gioioso del perdono. Èil tempo del ritorno all’essenziale per farci carico delle
debolezze e delle difficoltàdei nostri fratelli. Il perdono è una forza che risuscita a vita nuova e infonde il coraggio per guardare al futuro con speranza.
11. Non possiamo dimenticare il grande insegnamento che san Giovanni Paolo II ha offerto con la sua seconda Enciclica Dives in misericordia, che all’epoca giunse inaspettata e colse molti di sorpresa per il tema che veniva affrontato. Due espressioni in particolare desidero ricordare.
Anzitutto, il santo Papa rilevava la dimenticanza del tema della misericordia nella cultura dei nostri giorni: «La mentalità contemporanea, forse piùdi quella dell’uomo del passato, sembra opporsi al Dio di misericordia e tende altresì ad emarginare dalla vita e a distogliere dal cuore umano l’idea stessa della misericordia. La parola e il concetto di misericordia sembrano porre a disagio l’uomo, il quale, grazie all’enorme sviluppo della scienza e della tecnica, non mai prima conosciuto nella storia, è diventato padrone ed ha soggiogato e dominato la terra (cfr Gen 1,28). Tale dominio sulla terra, inteso talvolta unilateralmente e superficialmente, sembra che non lasci spazio alla 
misericordia … Ed è per questo che, nell’odierna situazione della Chiesa e del mondo, molti uomini e molti ambienti guidati da un vivo senso di fede si rivolgono, direi, quasi spontaneamente alla misericordia di Dio ».
Inoltre, san Giovanni Paolo II così motivava l’urgenza di annunciare e testimoniare la misericordia nel mondo contemporaneo: «Essa èdettata dall’amore verso l’uomo, verso tutto ciò che è umano e che, secondo l’intuizione di gran parte dei contemporanei,  è minacciato da un pericolo immenso.
Il mistero di Cristo … mi obbliga a proclamare la misericordia quale amore misericordioso di Dio, rivelato nello stesso mistero di Cristo. Esso mi obbliga anche a richiamarmi a tale misericordia e ad implorarla in questa difficile, critica fase della storia della Chiesa e del mondo».
Tale suo insegnamento è più che mai attuale e merita di essere ripreso in questo Anno Santo. Accogliamo nuovamente le sue parole: «La Chiesa vive una vita autentica quando professa e proclama la misericordia –il più stupendo attributo del Creatore e del Redentore – e quando accosta gli uomini alle fonti della misericordia del Salvatore di cui essa è depositaria e dispensatrice».
12. La Chiesa ha la missione di annunciare la misericordia di Dio, cuore pulsante del Vangelo, che per mezzo suo deve raggiungere il cuore e la mente di ogni persona. La Sposa di Cristo fa suo il comportamento del Figlio di Dio che a tutti va incontro senza escludere nessuno. Nel nostro tempo, in cui la Chiesa è impegnata nella nuova evangelizzazione, il tema della misericordia esige di essere riproposto con nuovo entusiasmo e con una rinnovata azione pastorale. È determinante per la Chiesa e per la credibilità del suo annuncio che essa viva e testimoni in prima persona la misericordia. Il suo linguaggio e i suoi gesti devono trasmettere misericordia per penetrare nel cuore delle persone e provocarle a ritrovare la strada per ritornare al Padre.
La prima verità della Chiesa è l’amore di Cristo. Di questo amore, che giunge fino al perdono e al dono di sé la Chiesa si fa serva e mediatrice presso gli uomini. Pertanto, dove la Chiesa è presente, là deve essere evidente la misericordia del Padre. Nelle nostre parrocchie, nelle comunità, nelle associazioni e nei movimenti, insomma, dovunque vi sono dei cristiani, chiunque deve poter trovare un’oasi di misericordia.
Dalla Bolla di indizione del Giubileo

1134 - GIUBILEO DELLA MISERICORDIA - 3

8. Con lo sguardo fisso su Gesù e il suo volto misericordioso possiamo cogliere l’amore della SS. Trinità. La missione che Gesù ha ricevuto dal Padre è stata quella di rivelare il mistero dell’amore divino nella sua pienezza. « Dio èamore » (1 Gv 4,8.16), afferma per la prima e unica volta in tutta la Sacra Scrittura l’evangelista Giovanni. Questo amore è ormai reso visibile e tangibile in tutta la vita di Gesù. La sua persona non è altro che amore, un amore che si dona gratuitamente.
Le sue relazioni con le persone che lo accostano manifestano qualcosa di unico e di irripetibile. I  segni che compie, soprattutto nei confronti dei peccatori, delle persone povere, escluse, malate e sofferenti, sono all’insegna della misericordia. Tutto in Lui parla di misericordia. Nulla in Lui è privo di compassione.
Gesù dinanzi alla moltitudine di persone che lo seguivano, vedendo che erano stanche e sfinite, smarrite e senza guida, sentì fin dal profondo del cuore una forte compassione per loro (cfr Mt 9,36). In forza di questo amore compassionevole guarì i malati che gli venivano presentati (cfr Mt 14,14), e con pochi pani e pesci sfamò grandi folle (cfr Mt 15,37). Ciò che muoveva Gesù in tutte le circostanze non era altro che la misericordia, con la quale leggeva nel cuore dei suoi interlocutori e rispondeva al loro bisogno più vero. Quando incontrò la vedova di Naim che portava il suo unico figlio al sepolcro, provò grande compassione per quel dolore immenso della madre in pianto, e le riconsegnò il figlio risuscitandolo dalla morte (cfr Lc 7,15). Dopo aver liberato l’indemoniato di Gerasa, gli affida questa missione: «Annuncia ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te» (Mc 5,19).
Anche la vocazione di Matteo è inserita nell’orizzonte della misericordia. Passando dinanzi al banco delle imposte gli occhi di Gesù fissarono quelli di Matteo. Era uno sguardo carico di misericordia che perdonava i peccati di quell’uomo e, vincendo le resistenze degli altri discepoli, scelse lui, il peccatore e pubblicano, per diventare uno dei Dodici. San Beda il Venerabile, commentando questa scena del Vangelo, ha scritto che Gesù guardò Matteo con amore misericordioso e lo scelse: Miserando atque eligendo. Mi ha sempre impressionato questa espressione, tanto da farla diventare il mio motto.
9. Nelle parabole dedicate alla misericordia, Gesù rivela la natura di Dio come quella di un Padre che non si dà mai per vinto fino a quando non ha dissolto il peccato e vinto il rifiuto, con la compassione e la misericordia. Conosciamo queste parabole, tre in particolare: quelle della pecora smarrita e della moneta perduta, e quella del padre e i due figli (cfr Lc 15,1-32). In queste parabole, Dio viene sempre presentato come colmo di gioia, soprattutto quando perdona. In esse troviamo il nucleo del Vangelo e della nostra fede, perché la misericordia è presentata come la forza che tutto vince, che riempie il cuore di amore e che consola con il perdono.
Da un’altra parabola, inoltre, ricaviamo un insegnamento per il nostro stile di vita cristiano.
Provocato dalla domanda di Pietro su quante volte fosse necessario perdonare, Gesù rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette » (Mt 18,22), e raccontò la parabola del “servo spietato”. Costui, chiamato dal padrone a restituire una grande somma, lo supplica in ginocchio e il padrone gli condona il debito. Ma subito dopo incontra un altro servo come lui che gli era debitore di pochi centesimi, il quale lo supplica in ginocchio di avere pietà ma lui si rifiuta e lo fa imprigionare. Allora il padrone, venuto a conoscenza del fatto, si adira molto e richiamato quel servo gli dice: «Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?» (Mt 18,33). E Gesù concluse: «Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello» (Mt 18,35).
La parabola contiene un profondo insegnamento per ciascuno di noi. Gesù afferma che la misericordia non è solo l’agire del Padre, ma diventa il criterio per capire chi sono i suoi veri figli.
Insomma, siamo chiamati a vivere di misericordia, perchéa noi per primi èstata usata misericordia. Il perdono delle offese diventa l’espressione piùevidente dell’amore misericordioso e per noi cristiani è un imperativo da cui non possiamo prescindere. Come sembra difficile tante volte perdonare! Eppure, il perdono è lo strumento posto nelle nostre fragili mani per raggiungere la serenità del cuore. Lasciar cadere il rancore, la rabbia, la violenza e la vendetta sono condizioni necessarie per vivere felici. Accogliamo quindi l’esortazione dell’apostolo: «Non tramonti il sole sopra la vostra ira» (Ef 4,26).
E soprattutto ascoltiamo la parola di Gesù che ha posto la misericordia come un ideale di vita e come criterio di credibilità per la nostra fede: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7) è la beatitudine a cui ispirarsi con particolare impegno in questo Anno Santo.
Come si nota, la misericordia nella Sacra Scrittura è la parola-chiave per indicare l’agire di Dio verso di noi. Egli non si limita ad affermare il suo amore, ma lo rende visibile e tangibile.
L’amore, d’altronde, non potrebbe mai essere una parola astratta. Per sua stessa natura è vita concreta: intenzioni, atteggiamenti, comportamenti che si verificano nell’agire quotidiano. La misericordia di Dio è la sua responsabilità per noi. Lui si sente responsabile, cioè desidera il nostro bene e vuole vederci felici, colmi di gioia e sereni. È sulla stessa lunghezza d’onda che si deve orientare l’amore misericordioso dei cristiani. Come ama il Padre così amano i figli. Come è misericordioso Lui, così siamo chiamati ad essere misericordiosi noi, gli uni verso gli altri.
Dalla Bolla di indizione del Giubileo della Misericordia

lunedì 14 dicembre 2015

martedì 8 dicembre 2015

1132 - GIUBILEO DELLA MISERICORDIA - 2

5. L’Anno giubilare si concluderà nella solennità liturgica di Gesù Cristo Signore dell’universo, il 20 novembre 2016. In quel giorno, chiudendo la Porta Santa avremo anzitutto sentimenti di gratitudine e di ringraziamento verso la SS. Trinità per averci concesso questo tempo straordinario di grazia. Affideremo la vita della Chiesa, l’umanità intera e il cosmo immenso alla Signoria di Cristo, perché effonda la sua misericordia come la rugiada del mattino per una feconda storia da costruire con l’impegno di tutti nel prossimo futuro. Come desidero che gli anni a venire siano intrisi di misericordia per andare incontro ad ogni persona portando la bontàe la tenerezza di Dio!
A tutti, credenti e lontani, possa giungere il balsamo della misericordia come segno del Regno di Dio già presente in mezzo a noi.
6. « È proprio di Dio usare misericordia e specialmente in questo si manifesta la sua onnipotenza». Le parole di san Tommaso d’Aquino mostrano quanto la misericordia divina non sia affatto un segno di debolezza, ma piuttosto la qualitàdell’onnipotenza di Dio. È per questo che la liturgia, in una delle collette più antiche, fa pregare dicendo: « O Dio che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono ».
Dio sarà per sempre nella storia dell’umanità come Colui che è presente, vicino, provvidente, santo e misericordioso. “Paziente e misericordioso” è il binomio che ricorre spesso nell’Antico Testamento per descrivere la natura di Dio. Il suo essere misericordioso trova riscontro concreto in tante azioni della storia della salvezza dove la sua bontàprevale sulla punizione e la distruzione. I Salmi, in modo particolare, fanno emergere questa grandezza dell’agire divino: « Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontàe misericordia» (103,3-4). In modo ancora più esplicito, un altro Salmo attesta i segni concreti della misericordia: «Il Signore libera i prigionieri, il Signore ridona la vista ai ciechi, il Signore rialza chi è caduto, il Signore ama i giusti, il Signore protegge i forestieri, egli sostiene l’orfano e la vedova, ma sconvolge le vie dei malvagi » (146,7-9). E da ultimo, ecco altre espressioni del Salmista: « [Il Signore] risana i cuori affranti e fascia le loro ferite. … Il Signore sostiene i poveri, ma abbassa fino a terra i malvagi» (147,3.6). Insomma, la misericordia di Dio non è un’idea astratta, ma una realtà concreta con cui Egli rivela il suo amore come quello di un padre e di una madre che si commuovono fino dal profondo delle viscere per il proprio figlio. È veramente il caso di dire che èun amore “viscerale”. Proviene dall’intimo come un sentimento profondo, naturale, fatto di tenerezza e di compassione, di indulgenza e di perdono. 
7. “Eterna è la sua misericordia”: è il ritornello che viene riportato ad ogni versetto del Salmo 136 mentre si narra la storia della rivelazione di Dio. In forza della misericordia, tutte le vicende dell’antico testamento sono cariche di un profondo valore salvifico. La misericordia rende la storia di Dio con Israele una storia di salvezza. Ripetere continuamente: “Eterna è la sua misericordia”, come fa il Salmo, sembra voler spezzare il cerchio dello spazio e del tempo per inserire tutto nel mistero eterno dell’amore. È come se si volesse dire che non solo nella storia, ma per l’eternità l’uomo sarà sempre sotto lo sguardo misericordioso del Padre. Non è un caso che il popolo di Israele abbia voluto inserire questo Salmo, il “Grande hallel ” come viene chiamato, nelle feste liturgiche piùimportanti.
Prima della Passione Gesù ha pregato con questo Salmo della misericordia. Lo attesta l’evangelista Matteo quando dice che «dopo aver cantato l’inno» (26,30), Gesù con i discepoli uscirono verso il monte degli ulivi. Mentre Egli istituiva l’Eucaristia, quale memoriale perenne di Lui e della sua Pasqua, poneva simbolicamente questo atto supremo della Rivelazione alla luce della misericordia. Nello stesso orizzonte della misericordia, Gesù viveva la sua passione e morte, cosciente del grande mistero di amore che si sarebbe compiuto sulla croce. Sapere che Gesù stesso ha pregato con questo Salmo, lo rende per noi cristiani ancora più importante e ci impegna ad assumerne il ritornello nella nostra quotidiana preghiera di lode: “Eterna è la sua misericordia”.
(Bolla di indizione del Giubileo)

domenica 6 dicembre 2015

1131 - MISERICORDIOSI COME IL PADRE


1130 - 8 DICEMBRE INIZIA IL GIUBILEO DELLA MISERICORDIA

1. Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. Il mistero della fede cristiana sembra trovare in questa parola la sua sintesi. Essa è divenuta viva, visibile e ha raggiunto il suo culmine in Gesù di Nazareth. Il Padre, « ricco di misericordia » (Ef 2,4), dopo aver rivelato il suo nome a Mosè come «Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà » (Es 34,6), non ha cessato di far conoscere in vari modi e in tanti momenti della storia la sua natura divina. Nella «pienezza del tempo » (Gal 4,4), quando tutto era disposto secondo il suo piano di salvezza, Egli mandò suo Figlio nato dalla Vergine Maria per rivelare a noi in modo definitivo il suo amore. Chi vede Lui vede il Padre (cfr Gv 14,9). Gesù di Nazareth con la sua parola, con i suoi gesti e con tutta la sua persona rivela la misericordia di Dio.
2. Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza. Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro.
Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato.
3. Ci sono momenti nei quali in modo ancora più forte siamo chiamati a tenere fisso lo sguardo sulla misericordia per diventare noi stessi segno efficace dell’agire del Padre. È per questo che ho indetto un Giubileo Straordinario della Misericordia come tempo favorevole per la Chiesa, perché renda più forte ed efficace la testimonianza dei credenti.
L’Anno Santo si aprirà l’8 dicembre 2015, solennità dell’Immacolata Concezione. Questa festa liturgica indica il modo dell’agire di Dio fin dai primordi della nostra storia. Dopo il peccato di Adamo ed Eva, Dio non ha voluto lasciare l’umanità sola e in balia del male. Per questo ha pensato e voluto Maria santa e immacolata nell’amore (cfr Ef 1,4), perché diventasse la Madre del Redentore dell’uomo. Dinanzi alla gravità del peccato, Dio risponde con la pienezza del perdono.
La misericordia sarà sempre più grande di ogni peccato, e nessuno può porre un limite all’amore di Dio che perdona. Nella festa dell’Immacolata Concezione avrò la gioia di aprire la Porta Santa.
Sarà in questa occasione una Porta della Misericordia, dove chiunque entrerà potrà sperimentare l’amore di Dio che consola, che perdona e dona speranza.
La domenica successiva, la Terza di Avvento, si aprirà la Porta Santa nella Cattedrale di Roma, la Basilica di San Giovanni in Laterano. Successivamente, si aprirà la Porta Santa nelle altre Basiliche Papali. Nella stessa domenica stabilisco che in ogni Chiesa particolare, nella Cattedrale che è la Chiesa Madre per tutti i fedeli, oppure nella Concattedrale o in una chiesa di speciale significato, si apra per tutto l’Anno Santo una uguale Porta della Misericordia. A scelta dell’Ordinario, essa potrà essere aperta anche nei Santuari, mete di tanti pellegrini, che in questi luoghi sacri spesso sono toccati nel cuore dalla grazia e trovano la via della conversione. Ogni Chiesa particolare, quindi, sarà direttamente coinvolta a vivere questo Anno Santo come un momento straordinario di grazia e di rinnovamento spirituale. Il Giubileo, pertanto, sarà celebrato a Roma così come nelle Chiese particolari quale segno visibile della comunione di tutta la Chiesa.
4. Ho scelto la data dell’8 dicembre perché è carica di significato per la storia recente della Chiesa. Aprirò infatti la Porta Santa nel cinquantesimo anniversario della conclusione del Concilio  Ecumenico Vaticano II. La Chiesa sente il bisogno di mantenere vivo quell’evento. Per lei iniziava un nuovo percorso della sua storia. I Padri radunati nel Concilio avevano percepito forte, come un vero soffio dello Spirito, l’esigenza di parlare di Dio agli uomini del loro tempo in un modo più comprensibile. Abbattute le muraglie che per troppo tempo avevano rinchiuso la Chiesa in una cittadella privilegiata, era giunto il tempo di annunciare il Vangelo in modo nuovo. Una nuova tappa dell’evangelizzazione di sempre. Un nuovo impegno per tutti i cristiani per testimoniare con più entusiasmo e convinzione la loro fede. La Chiesa sentiva la responsabilità di essere nel mondo il segno vivo dell’amore del Padre.
Tornano alla mente le parole cariche di significato che san Giovanni XXIII pronunciò all’apertura del Concilio per indicare il sentiero da seguire: « Ora la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore … La Chiesa Cattolica, mentre con questo Concilio Ecumenico innalza la fiaccola della verità cattolica, vuole mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, paziente, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati ». Sullo stesso orizzonte, si poneva anche il beato Paolo VI, che si esprimeva così a conclusione del Concilio: «Vogliamo piuttosto notare come la religione del nostro Concilio sia stata principalmente la carità … L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio … Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo umano moderno. Riprovati gli errori, sì; perché ciò esige la carità, non meno che la verità; ma per le persone solo richiamo, rispetto ed amore. Invece di deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi; invece di funesti presagi, messaggi di fiducia sono partiti dal Concilio verso il mondo contemporaneo: i suoi valori sono stati non solo rispettati, ma onorati, i suoi sforzi sostenuti, le sue aspirazioni purificate e benedette … Un’altra cosa dovremo rilevare: tutta questa ricchezza dottrinale è rivolta in un’unica direzione: servire l’uomo. L’uomo, diciamo, in ogni sua condizione, in ogni sua infermità, in ogni sua necessità ».
Con questi sentimenti di gratitudine per quanto la Chiesa ha ricevuto e di responsabilità per il compito che ci attende, attraverseremo la Porta Santa con piena fiducia di essere accompagnati dalla forza del Signore Risorto che continua a sostenere il nostro pellegrinaggio. Lo Spirito Santo che conduce i passi dei credenti per cooperare all’opera di salvezza operata da Cristo, sia guida e sostegno del Popolo di Dio per aiutarlo a contemplare il volto della misericordia.
(dalla Bolla di indizione del Giubileo)

venerdì 4 dicembre 2015

1129 - SANT'AMBROGIO E LA MISERICORDIA

Sant’Ambrogio visse anzitutto sulla propria pelle la misericordia del Signore. Amava ricordarlo quando invitava i suoi fedeli alla penitenza e alla riconciliazione dei peccati: «Io sapevo che non ero degno d'essere chiamato vescovo, perché mi ero dato a questo mondo. Ma per la tua grazia sono ciò che sono (cfr5 1Cor 15,10), e sono senz’altro l’infimo tra tutti i vescovi e il meno meritevole [...]. Non permettere che si perda, ora che è vescovo, colui che, quand’era perduto, hai chiamato all’episcopato, e concedimi anzitutto di essere capace di condividere con intima partecipazione il dolore dei peccatori» (de Poenitentia II, 8,73).
Il vescovo di Milano nel suo ministero pianse per i peccati dei suoi fedeli (cfr ivi), cercando di difendere la misericordia di Dio dai suoi potenziali “avversari”. Il primo avversario poteva essere la mancanza di fede: pensare che ci siano peccati imperdonabili o disperare della bontà del Signore, quando invece «dolci sono i giudizi di Dio per quelli che credono» (Expositio Psalmi CXVIII V, 45). Il secondo avversario potrebbe allignare tra quei ministri della Chiesa che procrastinano sine die la penitenza del peccatore: «Il Maestro benigno, conscio della nostra fragilità e interprete della misericordia divina, vuole che il peccato sia perdonato, vuole che si ricorra alla consolazione, perché lo sconforto non travolga il penitente con la stanchezza di un lungo rinvio» (De Poenitentia I, 17,92). Il terzo avversario della misericordia potrebbe essere una vita che non sa “farsi misericordiosa”: il gioco di parole è permesso dal fatto che, nel IV secolo d.C., con la parola «misericordia» si intendevano anche le elemosina per i poveri: «Sii generoso con i poveri, solleva i deboli, riscatta i prigionieri ed hai sciolto le tue catene [dell’errore]» (Expositio Psalmi CXVIII VIII, 41)».
Un tratto marcatamente ambrosiano è la presentazione della misericordia di Dio come virtù della giustizia: «La misericordia è giustizia» (De Obitu Theodosii 26). Dio, pronto a perdonare, si arresta nel suo giudizio del peccatore, perché attende la confessione delle colpe: «Dio vuole indurti a chiedere perdono, vuole che da Lui speri l’indulgenza» (De Cain et Abel II, 9,27). La misericordia dischiude uno spazio di attesa dell’uomo peccatore, perché questi, in lacrime si volga pentito a guardare Cristo, egli stesso è la misericordia (Expositio Psalmi CXVIII VI, 3): «Anche tu, se vuoi meritare il perdono, sciogli nelle lacrime la tua colpa; in quello stesso istante, in quello stesso tempo Cristo ti guarda» (Expositio Evangelii secundum Lucam X, 90). Di fronte al pentimento, l’unico verdetto può essere il perdono, la festa del perdono. Così Sant’Ambrogio, in riferimento alla parabola lucana, si immagina il Padre che salta incontro al Figlio (cfr Expositio Evangelii secundum Lucam VII, 230), come l’Amato del Cantico dei Cantici (cfr Ct 2,8), oppure la casa in cui risuona la musica della misericordia (cf. Expositio Psalmi CXVIII 7,26).
Sant’Ambrogio predica una misericordia senza confini, esuberante e perciò capace di resuscitare l’uomo con tutta la sua libertà dalla coltre delle macerie del peccato, di rimetterlo in cammino dentro la Chiesa e la società come operatore di giustizia e di misericordia.
(
www.chiesadimilano.it)

domenica 29 novembre 2015

1128 - APOSTOLATO DELLA PREGHIERA - DICEMBRE 2015

Intenzione generale
"Perché tutti possano fare l’esperienza della misericordia di Dio, che non si stanca mai di perdonare".

Intenzione missionaria
"Perché le famiglie, in modo particolare quelle che soffrono, trovino nella nascita di Gesù un segno di sicura speranza".

Intenzione dei vescovi
"Perché accogliamo l’invito alla rivoluzione della tenerezza, che il Figlio di Dio ci ha rivolto nella sua incarnazione".

1127 - LA CORONA DELL'AVVENTO

L'Avvento è tempo di gioia, perché fa rivivere l’attesa dell’evento più lieto nella storia: la nascita del Figlio di Dio dalla Vergine Maria. Ma è anche tempo di penitenza e conversione per prepararsi alla venuta del Dio Bambino. È un tempo di preparazione spirituale al Natale, un tempo di attesa e di preghiera.
La corona d'avvento è simbolo dello scorrere del tempo. Ha la funzione di annunciare l'avvicinarsi del Natale, per prepararsi ad esso, suscitare la preghiera comune, manifestare che Gesù è la vera luce che vince le tenebre e il male.
La corona è fatta di vari sempreverdi che stanno a significare la continuità della vita.
La forma circolare della ghirlanda simboleggia l'eternità di Dio che non ha nè inizio nè fine, l'immortalità dell'anima e la vita eterna in Cristo.
La corona è inoltre segno di regalità e vittoria. Annuncia che il Bambino che si attende è il Re che vince le tenebre con la sua luce.
(
www.buonenotizienews.blogspot.it)

venerdì 20 novembre 2015

1126 - QUANDO LA PAURA

Signore nostro Dio!
Quando la paura ci prende,
non lasciarci disperare!
Quando siamo delusi,
non lasciarci diventare amari!
Quando siamo caduti,
non lasciarci a terra!
Quando non comprendiamo più niente
e siamo allo stremo delle forze,
non lasciarci perire!
No, facci sentire
la tua presenza e il tuo amore
che hai promesso
ai cuori umili e spezzati
che hanno timore della tua parola.
E' verso tutti gli uomini
che è venuto il tuo Figlio diletto,
verso gli abbandonati:
poiché lo siamo tutti,
egli è nato in una stalla e morto sulla croce.
Signore,
destaci tutti e tienici svegli
per riconoscerlo e confessarlo.
Karl Barth

1125 - SIGNORE, DISARMALI. E DISARMACI

“Seigneur, désarme-les. Et désarme-nous”. “Signore, disarmali. E disarmaci”.
Nelle stesse ore in cui le teste di cuoio francesi hanno dato l’assalto a un covo di terroristi nel quartiere Saint-Denis, a nord di Parigi, i vescovi francesi pubblicano una preghiera per la pace scritta “nello spirito di Tibhirine” da frère Dominique Motte, domenicano del Convento di Lille.
Il testo della preghiera: 

“Disarmali: sappiamo quanto questa violenza estrema
sia il sinistro pane quotidiano in Iraq, in Siria, Palestina,
Centrafrica, Sudan, Eritrea, Afghanistan.
Ora si è impossessata di noi”.
“Disarmali Signore: e fa che sorgano in mezzo a loro 
profeti che gridano la loro indignazione
e la loro vergogna nel vedere come hanno sfigurato
l’immagine dell’Uomo, l’immagine di Dio”. 

“Disarmali, Signore dandoci, se necessario,
poiché è necessario, di adottare tutti i mezzi utili
per proteggere gli innocenti con determinazione.
Ma senza odio. 

Disarma anche noi, Signore: in Francia, in Occidente,
senza ovviamente giustificare il circolo vizioso della vendetta,
la Storia ci ha insegnato alcune cose.
Dacci, Signore, la capacità di ascoltare profeti guidati dal tuo Spirito.
Non farci cadere nella disperazione,
anche se siamo confusi dall’ampiezza del male in questo mondo”.

“Disarmaci e fa’ in modo che non ci irrigidiamo dietro porte chiuse,
memorie sorde e cieche, dietro privilegi che non vogliamo condividere.
Disarmaci, a immagine del tuo Figlio adorato la cui sola logica
è la sola veramente all’altezza degli avvenimenti che ci colpiscono:
‘Non prendono la mia vita. Sono io che la dono”.

1124 - VIENI SIGNORE

Vieni dunque, Signore, poiché anche se ho errato, tuttavia «non ho dimenticato i tuoi
comandamenti» e conservo la speranza della medicina.
Vieni, Signore, perché tu solo sei in grado di far tornare indietro
la pecora errante e non rattristerai quelli da cui ti sei allontanato.
E anche loro si rallegreranno del ritorno del peccatore.
Vieni ad attuare la salvezza sulla terra, la gioia nel cielo.
Vieni, dunque, e cerca la tua pecora non per mezzo dei servitori,
non per mezzo dei mercenari, ma tu in persona.
Accoglimi nella carne che è caduta in Adamo.
Accoglimi non da Sara [Gn 17,15],
ma da Maria, perché sia non soltanto una vergine
inviolata, ma una vergine immune, per effetto
della grazia, da ogni macchia di peccato.
Portami sulla croce che dà la salvezza agli erranti,
soltanto nella quale c’è riposo per gli affaticati,
soltanto nella quale vivranno tutti quelli che muoiono.
(Sant’Ambrogio)
 


mercoledì 11 novembre 2015

giovedì 5 novembre 2015

1122 - LA CONVERSIONE

La conversione, parola che significa cambiamento di rotta, è l'atteggiamento che l'uomo deve sempre assumere di fronte alla parola di Dio che lo raggiunge, si tratti della predicazione del Battista, o della predicazione di Gesù o delle circostanze della vita.  
Bruno Maggioni

domenica 1 novembre 2015

1121 - COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI

Il giorno successivo alla festa dei Santi e delle Sante è il giorno che la Chiesa cattolica dedica alla commemorazione di tutti i defunti. Le due memorie sono logiche e connesse. Il mistero della santità che ieri abbiamo assaporato oggi viene esteso a tutti i defunti che noi vogliamo ancora affidare alla paternità di Dio e nello stesso tempo vogliamo pregare perché siano essi ad intercedere per noi che restiamo ancora pellegrini in cammino verso la Santa Gerusalemme. La commemorazione ha origini antiche e si perdono nella notte dei tempi. Il culto dei morti è la prima forma di religione primitiva che in epoca romana assume la forma del culto dei Lari1, dopo essere passati attraverso l’Ade dei Greci e il mondo dell’aldilà della cultura dell’Egitto dei Faraoni. 
La commemorazione dei defunti sopravvive alle epoche e ai culti, all’ateismo e all’indifferentismo: dall’antica Roma, alle civiltà celtiche, dal Messico alla Cina, dalla notte dei tempi ai nostri giorni in questi giorni i cimiteri diventano luoghi di mesto pellegrinaggio, di visite alle tombe, ovunque con un solo obiettivo: consolare in qualche modo le anime dei defunti perché proteggano al vita dei viventi sulla terra. Con il passare del tempo questa ricorrenza come sempre diventò un momento pagano, senza alcun riferimento religioso, espressione di esorcismo delle paure che il lungo inverno con il suo messaggio di morte porta con sé. I defunti non sono più a-mici e protettore, ma pericolo e spiriti maligni. La tradizione celtica esprime questa realtà per cui la ricorrenza oggi restaurata di
Halloween (che in origine era Hallowmass: Santificazione/Messa in onore dei Santi), oggi è diventata un espediente economico che sfrutta le paure ancestrali a scapito di una riflessione seria e spirituale sulla morte e sulla vita. In memoria dei morti e per spaventarli ci si mascherava da santi, da angeli e diavoli con maschere ricavate da zucche essiccate o svuotate per esorcizzare la paura accendendo grandi falò che illuminavano la notte e sconfiggevano il buio.
Di fronte a questa degenerazione la Chiesa reagì con l’istituzione della solennità di Tutti Santi istituita da papa Bonifacio IV il 13 maggio del 610 per celebrare la memoria dei cristiani ammazzati per la fede. Nel 835 Papa Gregorio III (731-741) spostò la ricorrenza dal 13 maggio al 1 novembre, pensando in questo modo di dare un nuovo significato alla ricorrenza ormai divenuta pagana. Nel 998 Odilone abate di Cluny nel 1048 aggiungeva al calendario cristiano il 2 novembre come data per commemorare i defunti. La possibilità concessa ad ogni prete di celebrare in questo giorno tre messe, nel 1748 era riservata alla Spagna fino al 1915 quando Benedetto XV la estese a tutta la Chiesa universale. 
La morte per i cristiani è il compimento supremo della vita, la chiave di lettura dal punto di vista finale di tutta la nostra esistenza. Imparare a vivere la vita guardandola dal punto di vista della morte significa percorrere il cammino di maturità con coscienza e sapendo costantemente chi siamo e cosa facciamo. La nostra cultura, basata sulla superficialità e sul criterio del consumo, ci ha formati alla paura della morte e quindi alla sua banalità. La morte viene rimandata sempre a domani, anche quando ne sperimentiamo l’improvvisa presenza quasi quotidianamente.
Oggi giorno della memoria dei defunti e delle defunte di tutti i tempi, vogliamo guardare in faccia la mor-te con simpatia e amicizia, invitandola alla mensa della nostra vita perché accetti di essere nostra compagna e sorella. Lo facciamo guardando al sepolcro vuoto del Signore che è risorto da morte per la potenza del Padre con la forza dello Spirito. Per noi credenti, morire è «vedere il Signore come egli è».
Paolo Farinella, prete

giovedì 29 ottobre 2015

1120 - PAPA FRANCESCO A MILANO IL 7 MAGGIO 2016

Sabato 7 maggio 2016 papa Francesco verrà in visita pastorale alla Diocesi di Milano. L’Arcivescovo, cardinale Angelo Scola, l’ha annunciato in Duomo martedì 27 ottobre, nel corso dell’incontro del Patriarca dei Maroniti Bechara Boutros Raï con i sacerdoti ambrosiani. Pubblichiamo la sua lettera alla Diocesi
Con gioia e commozione vi annuncio che Papa Francesco, accogliendo il nostro invito, sarà tra noi a Milano il 7 maggio p.v. Il gesto del Santo Padre è segno delicato di affetto e di stima per la Chiesa ambrosiana, per la metropoli milanese e per la Lombardia tutta.
Fin da ora esprimiamo la nostra gratitudine al Papa, che verrà a confermarci nella fede come domanda il suo ministero petrino; ministero d’amore personale ed ecclesiale: «“Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecore”» (Gv 21,17).
Tutti coloro che, persone e soggetti sociali, abitano la realtà milanese e lombarda – ne siamo certi – accoglieranno con letizia questo grande dono.
La Visita del successore di Pietro si inserisce nell’Anno Giubilare che Papa Francesco ha indetto per documentare la vicinanza della Chiesa, nella verità e nella carità, a ogni uomo e a ogni donna, di qualunque età, censo e cultura. Di questo accompagnamento è stata espressione assai significativa il Sinodo dei vescovi la cui Assemblea si è appena conclusa e ora aspetta l’intervento del Santo Padre.
La Visita Pastorale di Papa Francesco ci aiuta a meglio comprendere e attuare lo scopo della Visita Pastorale in atto nella nostra Chiesa. Ogni comunità, mentre verifica il suo cammino, si sente incoraggiata a riconoscersi come presenza della Chiesa cattolica, cioè universale, perché missionaria per tutti gli uomini, per tutto l’uomo in questa stagione di transizione e di compassione, di tribolazione e di santificazione. L’insistenza del Papa sulle periferie e sull’amore preferenziale per i poveri ci fa avvertiti dei cambiamenti in atto nella nostra metropoli.
Card. Angelo Scola

1119 - APOSTOLATO DELLA PREGHIERA - NOVEMBRE 2015

Intenzione generale
"Perché sappiamo aprirci all’incontro personale e al dialogo con tutti, anche con chi ha convinzioni diverse dalle nostre". 

Intenzione missionaria
"Perché i Pastori della Chiesa, amando profondamente il proprio gregge, possano accompagnare il cammino e tenere viva la speranza". 

Intenzione dei vescovi
"Perché il Convegno Ecclesiale Nazionale di Firenze sia l’occasione per ripensare l’umanesimo nell’epoca della scienza, della tecnica e della comunicazione".

1118 - VIVERE E' CAMMINARE

Vivere è camminare, vivere è andare
per diverse strade, diversi sentieri che lasciano il loro segno nella nostra vita. E per la fede sappiamo che Gesù ci cerca, vuole guarire le nostre ferite, curare i nostri piedi dalle piaghe di un cammino carico di solitudine, pulirci dalla polvere che si è attaccata per le strade che ciascuno ha percorso. 
Papa Francesco
(Discorso del Santo Padre in occasione della Visita ai Detenuti nell’Istituto di Correzione Curran-Fr)

venerdì 23 ottobre 2015

1117 - VEGLIA MISSIONARIA


1116 - WORKSHOP MISSIONARIO

Anche quest’anno ci diamo appuntamento per l’evento diocesano missionario sabato 24 ottobre. Nel pomeriggio, per chi lo vorrà, si potrà visionare/partecipare al workshop alla nuova Darsena di Milano (lato via Gabriele D’Annunzio). Infatti sono numerose le realtà missionarie del nostro territorio (istituti missionari, associazioni e onlus) che hanno organizzato stand, giochi e animazione per farsi conoscere e far conoscere alla città il mondo, molte volte sconosciuto, della Missione della diocesi ambrosiana.
La Veglia con il mandato missionario ai partenti della diocesi di Milano, dal titolo "Dalla parte dei poveri", sarà il momento conclusivo e si terrà nella Basilica di S. Eustorgio in Milano a partire dalle ore 20.00.

1115 - 1° DOMENICA DOPO LA DEDICAZIONE

Il Vangelo di Marco (16, 14b-20) non finiva con i versetti che oggi leggiamo nella liturgia, ma in modo alquanto diverso: «E non dissero niente a nessuno perché avevano paura» (16,8). L’aggiunta successiva è un “riassunto” dell’annuncio pasquale narrato dagli altri Vangeli. Il mondo incredulo e il paradosso dell’annuncio della Risurrezione possono fare paura. Ma la paura non ferma la forza missionaria del Vangelo.
Domenica scorsa abbiamo contemplato la bellezza del nostro Duomo, pallido segno della bellezza della Sposa; oggi guardiamo alla Sposa che non può fare a meno di “parlare” con gioia entusiasta del suo Sposo.
1. Non avere paura. Parecchi segni oggi mostrano una Chiesa impaurita. Ma non si può andare verso “il mondo” se si ha paura. La paura è dentro di noi e si riflette nei gesti della Chiesa quando sta “ferma”, chiusa in se stessa. Le sfide che abbiamo di fronte possono far paura, ma anche impegnano la Chiesa a una severa riforma di se stessa che, se nascesse solo dalla paura, non porterebbe che cedimenti o irrigidimenti di fronte al mondo. Se invece la riforma nasce dall’amore per il Vangelo e dall’obbedienza alle sue richieste, allora nascerà una Chiesa bella e splendente. Solo il Vangelo può far superare la paura e far bella la Chiesa. L’annuncio della Risurrezione, che non è né atteso né creduto dal mondo, fatto con gioia e amore, sa convincere il mondo. Ogni giorno vediamo in noi e nella Chiesa i segni della paura, ma Gesù ci dice: «Non abbiate paura perché la vostra fede vince il mondo».
2. Andare in tutto il mondo. Questo comando di Gesù è stato attuato: non c’è un solo angolo della terra che non abbia sentito parlare di lui. Ma la dimensione geografica non basta: ci sono anche dimensioni più vere e vitali non ancora raggiunte. Ognuno di noi ha qualche angolo del suo cuore non ancora convertito al Vangelo; nella Chiesa stessa ci sono tanti “angoli mondani”. Il primo annuncio del Vangelo è sempre rivolto alla Chiesa e non al mondo. Ma, proprio perché il cristiano è di necessità missionario, bisogna che ogni credente si convinca che i propri confini sono quelli del mondo intero; perciò ogni giorno è una “partenza”: andare è il primo verbo della fede.
3. Proclamare il Vangelo a ogni creatura. Il secondo verbo della fede è proclamare. Come? Qui viene il difficile; anche san Paolo l’ha fatta facile ad Atene, ma ha dovuto ricredersi: la sua puntigliosa e precisa preparazione ha tolto spazio alla forza inerme della Parola. Oggi siamo nelle stesse condizioni: conosciamo “qualcosa” del cristianesimo e pensiamo che basti la bravura nel parlare, la forza dei mezzi di comunicazione, il “carisma” di qualche comunicatore… Ma è solo l’inizio. L’annuncio non porta frutto se non ha almeno altre tre caratteristiche: la leggerezza gioiosa di una “bella notizia”, la condivisione sincera e l’evangelica povertà della testimonianza attraverso il martirio. Sono i punti di svolta di una vera riforma della Chiesa.
don Luigi Galli

domenica 18 ottobre 2015

1114 - AMBIENTE, BENE COMUNE 2


1113 - AMBIENTE, BENE COMUNE?

Carissimi amici,
L'associazione Amici di Dai Nostri Quartieri ha organizzato per mercoledì 21 Ottobre, una serata sul tema: AMBIENTE, BENE COMUNE?, un dialogo aperto con don Alberto Vitali e il prof. Paolo Pileri.

Non è un convegno per addetti ai lavori, ma una conversazione che arrivi a toccare la sensibilità di tutti per una riflessione che non si può rilegare in confini intellettualistici.

Dopo una breve introduzione di Luigi Andreoli, parleranno don Alberto Vitali responsabile della Pastorale dei Migranti della Diocesi di Milano e il prof. Paolo Pileri, docente di pianificazione ambientale e territoriale al Politecnico di Milano.

Sarà una grande occasione per riflettere, nell'anno internazionale del suolo, in una panoramica attuale delle condizioni del nostro pianeta e dei miglioramenti che ciascuno di noi può adottare per la salvaguardia del creato, come suggerisce papa Francesco nella enciclica Laudato Sì.

L'incontro è aperto a tutti!

Associazione Amici di "Dai Nostri Quartieri"
Notizie, cultura e partecipazione in zona 3
Sito: www.dainostriquartieri.it - Contatti: info@dainostriquartieri.it

venerdì 16 ottobre 2015

1112 - DALLA PARTE DEI POVERI

Iniziando insieme un nuovo anno pastorale, abbiamo pensato di proporre una riflessione seria e concreta riguardo a ciò che rappresenta il ‘cuore’ della missione, cioè l’impegno ad uscire da noi stessi, a camminare verso l’altro, il fratello in cui incontriamo l’ALTRO, cioè Dio stesso! Cammin facendo la nostra consapevolezza di essere missionari, ‘inviati’ da Gesù stesso, ci rende più attenti alle sfide che il mondo ci presenta ogni giorno. Le periferie ci sembrano così il luogo dell’Annuncio, là dove il Vangelo riacquista forza, perché è lieta notizia per tutti! Gesù ha annunciato “Beati i poveri” non in quanto indigenti, ma perché è possibile che siano maggiormente predisposti a cercare Dio senza pregiudizi e a seguirlo senza troppe resistenze del cuore.
“Dalla parte dei poveri” non è solamente un invito a ‘schierarsi’ a favore di una categoria generale di persone, di cui magari sentiamo sempre parlare, ma senza ‘incontrarli’ veramente… E’ invece il modo di agire di Cristo stesso, che emerge dall’ascolto del Vangelo, perché il Signore non si è mai posto ‘contro’ qualcuno, ma a fianco di tutti, camminando insieme a coloro che incontrava, poveri, malati nel corpo e nello spirito, uomini e donne in ricerca, delusi dalla vita… A ciascuno di essi Gesù ha offerto uno sguardo nuovo, lo sguardo della sua Misericordia, capace di guarire ogni vita!In ogni anno liturgico noi celebriamo il “Mistero di Cristo” che non è un ‘segreto da svelare’ ma un dono da approfondire sempre meglio, cioè la lieta notizia di un Dio che è Padre ed ama talmente l’umanità da offrire nel Figlio la vita e la salvezza ad ogni uomo e donna della storia. Ma l’anno 2015-2016 sarà davvero particolare per le nostre comunità, dato che nel 50° anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II, Papa Francesco ha voluto offrire alla Chiesa tutta un Anno Santo della Misericordia, perché “la Chiesa possa rendere più visibile la sua Missione”, cioè l’impegno (che era già proposto da Papa Giovanni XXIII quando volle indire il Concilio!) di vivere “usando la medicina della misericordia, piuttosto che imbracciare le armi del rigore”!
Ecco allora l’invito ad iniziare l’anno pastorale con il mese dedicato alla missione, e a continuarlo impegnandoci sempre con forza ad essere “popolo di Misericordia”, cioè uomini e donne che sanno farsi compagni di viaggio di qualunque fratello e sorella, poveri come loro, ma uniti per accogliere il dono dell’Amore che libera il cuore. Solo con questa libertà potremo incarnare lo “stile dell’inclusione” e non più quello dell’esclusione dell’altro, potremo essere noi stessi ‘storia di salvezza’ per chi ci incontra!
Vivere “dalla parte dei poveri” non sarà dunque solo uno sforzo della nostra volontà umana, ma la normale conseguenza di un cuore convertito dall’amore, di un cuore che ha ‘conosciuto’ e sperimentato che Cristo, il Vivente, è ‘dalla parte’ di ciascuno di noi!
(da Fondazione Missio).

1111 - OTTOBRE MESE MISSIONARIO

Nel 1926, l’Opera della Propagazione della Fede propose a papa Pio XI di indire una giornata annuale in favore dell’attività missionaria della Chiesa universale. La richiesta venne accolta con favore e lo stesso anno fu celebrata la prima “Giornata Missionaria Mondiale per la propagazione della fede”. In questo giorno i fedeli di tutti i continenti sono chiamati ad aprire il loro cuore alle esigenze spirituali della missione e ad impegnarsi con gesti concreti di solidarietà a sostegno di tutte le giovani Chiese. Vengono così sostenuti con le offerte della Giornata, progetti per consolidare la Chiesa mediante l'aiuto ai catechisti, ai seminari con la formazione del clero locale, e all’assistenza socio-sanitaria dell’infanzia.
L’Ottobre Missionario attualmente prevede un cammino di animazione articolato in cinque settimane, ciascuna delle quali propone un tema su cui riflettere.
• Prima settimana: Contemplazione, fonte della testimonianza missionaria
• Seconda settimana: Vocazione, motivo essenziale dell’impegno missionario
•Terza settimana: Responsabilità, atteggiamento interiore per vivere la missione
• Quarta settimana: Carità, cuore della missionarietà
• Quinta settimana: Ringraziamento, gratitudine verso Dio per il dono della missione.

1110 - DOMENICA DELLA DEDICAZIONE DELLA CATTEDRALE

«Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone» (Gv. 10,22-30): Gesù cammina a pochi passi dal luogo più santo per gli ebrei, il Santo dei Santi che contiene l’arca dell’alleanza, segno dell’elezione e della presenza di Dio. In questo luogo santo Gesù dice di essere il nuovo pastore che svela i “segreti” del Padre. Questi segreti saranno svelati di lì a poco quando «darà loro la vita eterna»: risplenderà lo spettacolo della croce e della risurrezione. Gesù è il nuovo tempio in cui viene sancita la nuova alleanza; nel tempio santissimo del corpo e sangue di Gesù nasce il nuovo e definitivo sacerdozio dove offerente, offerta e altare sono la stessa persona.
Oggi è festa grande per il rito ambrosiano perché si celebra la consacrazione della chiesa madre di tutte le chiese. Il nostro bel duomo fatto con “pietre di pietra” è il segno della Chiesa costruita con la carne delle “pietre vive” che sono i credenti.
1. La Chiesa corpo e sposa di Gesù. Il tempio nuovo e vivo è Gesù risorto; egli dona ai credenti in lui la speranza di diventare risorti. Dove c’è ora lo sposo ci sarà anche la sposa. Proprio perché la Chiesa è il corpo visibile del corpo risorto e invisibile di Gesù, quando si entra in una chiesa bisogna pensare al paradiso. Ogni chiesa, a partire dal Duomo, è una ianua coeli: una porta del cielo. In chiesa si entra per celebrare l’Eucaristia e in essa si sosta «nell’attesa della venuta di Gesù». Questa dimensione è spesso dimenticata, ma è insita in ogni “pietra santa” con cui le chiese sono costruite. Bisogna imparare cosa significa entrare in chiesa.
2. La chiesa madre segno di unità. Questa unità, ben simboleggiata dall’edificio-chiesa costruito e compatto, è con Gesù che dona la vita stessa del Padre per mezzo dello Spirito. Ma la chiesa è anche il segno dell’unità di tutti i credenti che tra loro sono veri fratelli e sorelle. La chiesa è l’unico luogo dove chiunque entra è “a casa sua”; per questo le chiese dovrebbero essere sempre aperte notte e giorno. Nelle chiese, in comunione con la chiesa-madre, si raduna il popolo dei «convocati» (ecclesia è termine latino che viene dal greco e significa «assemblea dei convocati»). Non si entra in chiesa di propria iniziativa, ma perché c’è una chiamata e, quando i cristiani si radunano, lo fanno per «annunciare la morte e la resurrezione di Gesù, finché egli torni». Entrare in chiesa vuol dire assumersi la responsabilità dell’annuncio del Vangelo.
3. La Chiesa è sorgente di vita. Il buon pastore, che abita la sua Chiesa, dona la vita alle sue pecore: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono: io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano». Dal costato dello sposo, offerto in croce, esce un fiume di acqua viva che arriva ad ogni credente e, normalmente, è nella Chiesa che si attinge a questo fiume di vita. Dalla chiesa madre parte la comunione che raggiunge tutte le chiese, e le comunità che in esse si raccolgono possono dissetarsi in abbondanza all’acqua della vita. Entrare in chiesa vuol dire accogliere la grazia e sperimentare il perdono.
Commento di don Luigi Galli

1109 - PER I CRISTIANI PERSEGUITATI

Nuove terre sono bagnate dal sangue dei martiri
e, oggi, il cielo ascolta nuovo dolore.
Piccoli e grandi, uomini e donne, sani e malati,
l'odio non fa distinzioni e ogni giorno uccide la fraternità.
Proteggi, Signore, chi per fede muore.
Custodisci i passi di coloro che fuggono
per non far morire il futuro e la fede in te.
Sii la forza di chi non cede alla paura
e, con audacia, testimonia il tuo nome e la tua salvezza.
Noi crediamo che tu sei il Signore, Dio dell'universo;
crediamo che il tuo nome, invocato oggi tra lacrime e pianto,
tra terrore e speranza, può portare salvezza al mondo.
Ognuno di noi lo invochi, chiedendo salvezza,
in comunione con i nostri fratelli e sorelle
perseguitati in tante parti del mondo.
Amen.
(Suor Mariangela Tassielli)

1108 - IL GRANDE COMANDAMENTO

Dio ci chiede soltanto due cose : che lo amiamo, e che amiamo il nostro prossimo. Tale deve essere la meta dei nostri sforzi. Se ci conformiamo a queste due cose, in modo perfetto, adempiamo la sua volontà e gli siamo uniti.
Il segno più sicuro, secondo me, per sapere se abbiamo questo doppio amore, consiste nell'amare veramente il prossimo. Perché non possiamo avere la certezza che amiamo Dio, anche se ne abbiamo degli indizi molto seri ; invece possiamo sapere sicuramente se amiamo il prossimo. Siate certe che quanto più scoprirete in voi progressi nell'amore del prossimo, tanto più avrete progredito nell'amore di Dio.
L'amore che Dio nutre per noi è così profondo che, ricambiando quello che abbiamo per il prossimo, perfeziona in mille modi quello che proviamo per lui stesso; non ho nessun dubbio su questo punto. È il motivo per cui è molto importante considerare bene come amiamo il prossimo; se questo amore è perfetto, possiamo stare tranquilli. Perché, secondo me, la nostra natura è così depravata che, se il nostro amore per il prossimo non prendesse le sue radici nell'amore stesso di Dio, non potrebbe innalzarsi alla perfezione.
(Santa Teresa d'Avila, Il Castello interiore, Quinta Dimora)

venerdì 2 ottobre 2015

1107 - IN EXPO LA MENSA DEI POPOLI

Tremila coperti per un'iniziativa di condivisione e solidarietà “francescana” nei confronti degli “esclusi”, promossa da Duomo Viaggi con la collaborazione della Diocesi di Milano, della Caritas Ambrosiana e delle altre Caritas Lombarde. Domenica pomeriggio un servizio
Un tavolo da 3000 coperti a Cascina Triulza - il padiglione della società civile a Expo Milano 2015 - per non dimenticare «i volti di chi non mangia in modo degno», proprio come aveva auspicato papa Francesco al momento dell’inaugurazione dell’Esposizione universale.
Duomo Viaggi - con la collaborazione della Diocesi di Milano, della Caritas Ambrosiana e delle altre Caritas Lombarde, di Milano Expo 2015 e CIR food. - intende celebrare San Francesco con una grande iniziativa di condivisione e solidarietà, collegata idealmente al pellegrinaggio dei fedeli lombardi ad Assisi sulla tomba del Santo. Domenica 4 ottobre, infatti, all’interno del sito espositivo a Rho sarà allestita una “Mensa dei Popoli” alla quale saranno invitati “gli esclusi”, le persone in difficoltà seguite dalla Caritas a Milano e nelle altre città della Lombardia. Con loro si siederanno a tavola volontari e, soprattutto, cittadini che desiderano vivere un’esperienza di condivisione in spirito francescano.
La tavola sarà apparecchiata a Cascina Triulza. Condivisione e solidarietà saranno le parole guida dell’iniziativa: i commensali paganti (al costo popolare di 10 euro) siederanno a tavola con quanti non possono permetterselo e finanzieranno il Refettorio Ambrosiano. La visita a Expo e la partecipazione al pranzo per le persone in difficoltà sarà invece coperta da Duomo Viaggi. Coerentemente con lo spirito di sobrietà e semplicità che caratterizza la giornata, il menù sarà realizzato ispirandosi alle cento ricette economiche condivise sulla pagina facebook del cooking contest “Cucina con 3 euro”, il concorso di cucina lanciato in rete alcuni mesi fa da Caritas Ambrosiana.
«All’inizio di Expo il Papa ci aveva raccomandato di non “dimenticare i volti di coloro che non mangiano in modo degno” - ricorda don Roberto Davanzo, direttore di Caritas Ambrosiana -. La Chiesa ha scelto di aderire all’Esposizione universale proprio per questa ragione. Con i padiglioni della Santa Sede e l’Edicola Caritas, dedicati alla fame nel mondo e al diritto al cibo, vale a dire alle contraddizioni del nostro modello di produzione e di consumo alimentare, siamo stati e continuiamo a essere la spina nel fianco di chi vorrebbe dare di questo evento solo una lettura commerciale. La “Mensa dei Popoli” del 4 ottobre sarà una nuova iniziativa su questa linea. Vogliamo portare le persone in difficoltà a trascorrere una giornata di spensieratezza a Expo e vorremmo che questa presenza sia visibile a tutti, parte di un’occasione di condivisione con tutti coloro che vorranno sedersi a tavola. La Mensa dei popoli sarà aperta a tutti».
«Questa nuova proposta prosegue l’impegno di Duomo Viaggi nei confronti di Expo, volto a garantire una partecipazione popolare e consapevole - osserva dal canto suo l’amministratore delegato di Duomo Viaggi, Silvano Mezzenzana -, in collaborazione con quanti, a livello popolare, potevano essere interessati a che non prevalessero gli interessi meramente turistici o economici, come le parrocchie, la stessa Fondazione Triulza e altre espressioni della società civile».
www.chiesadimilano.it

1106 - PREGHIERA PER IL SINODO DELLE FAMIGLIE


1105 - VI DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

Per comprendere appieno questa parabola del Vangelo secondo Matteo (20,1-16) può essere utile vedere in quale contesto Matteo la colloca: tra la promessa che Gesù fa a quelli che hanno lasciato tutto per seguirlo e il terzo annuncio della passione. Così la parabola si arricchisce di significato: non parla delle diverse chiamate agli operai, piuttosto svela il modo di procedere del Padre. Sappiamo che le parabole sono scritte all’insegna dell’esagerazione : quella degli operai dell’ultima ora, per certi aspetti, è la più sconcertante perché svela il mistero dell’agire di Dio, portandoci al cuore della sua azione.
1. Un contratto “segreto”. Agli operai della prima ora il padrone offre un contratto regolare: «Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna». Con gli altri operai non pattuisce una paga, ma dice: «Quello che è giusto ve lo darò». Ecco la prima sorpresa dell’agire di Dio: si rivela come giusto e subito gli operai, pensando alla maniera umana, avranno iniziato a fare i conti delle ore lavorate. Spesso anche noi facciamo lo stesso con Dio come se egli non ci avesse regalato Gesù. Pensiamo che al nostro agire debba corrispondere una “paga giusta”, ma concepiamo la giustizia con una visione umana senza guardare alla croce di Gesù, spettacolo dell’amore incondizionato del Padre.
2. «Quando fu sera». «Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: «Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi». Sappiamo che tutti gli operai della parabola ricevono la stessa paga. La cosa è sconcertante perché non rispecchia la più ovvia regola di giustizia: ognuno ha diritto di essere pagato per il lavoro che ha fatto. «Quando fu sera»: forse nella parabola indica l’ora di Gesù; con Gesù infatti si “chiude” una storia e ne inizia un’altra: cessa la legge e inizia la grazia. In realtà l’amore di Dio è uno solo e sempre lo stesso, ma con la croce di Gesù diventa definitivamente chiaro che il Padre non agisce secondo la giustizia distributiva (a tutti ciò che è giusto) e neppure secondo la giustizia retributiva (a ciascuno secondo i propri meriti). Giunta la sera, cioè giunto lo svelamento della verità, Dio rivela che nel suo cuore abita solo la giustizia salvifica, cioè il perdono che rende giusti coloro che non potrebbero mai esserlo del tutto.
3. «Amico io non ti faccio torto». Di fronte a questo agire di Dio lo sconcerto è grande e quindi si cerca di correre ai ripari perché non ci siamo fraintendimenti: Dio è certamente misericordioso, ma – attenzione – è anche giusto. Questo è vero: ognuno entra nello specchio della misericordia di Dio con la sua libertà. «Amico io non ti faccio tordo… prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te… Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». In questa frase c’è tutta la grandezza della misericordia del Padre e la bellezza del cristianesimo. Per essere certi di entrare nella misericordia è necessario avere la gioia del Vangelo e cercare sempre l’ultimo posto. Stando lì si è certi di essere subito notati da Dio e perdonati, cioè resi giusti.
Don Luigi Galli
 

venerdì 18 settembre 2015

1104 - V DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

È noto che il Vangelo di Giovanni, ultimo a essere messo per iscritto, parla dell’Eucaristia attraverso il discorso di Gesù nella Sinagoga di Cafarnao. Oggi leggiamo una parte di questo “discorso” (Gv.6,41-51). Sono distinguibili tre passaggi.
1. Chi è costui? Lo svelamento del mistero del sacrificio di Gesù parte da una domanda: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?». I Giudei, credenti e osservanti, pensavano di avere l’esclusiva della figliolanza divina e si opponevano a uno sconosciuto che pretendeva di essere più grande di loro. Noi non siamo come i Giudei, ma spesso abbiamo una superbia sufficiente per mettere in imbarazzo la nostra fede: «Possibile che io debba aspettarmi dal “cielo” la salvezza? È possibile che la salvezza giunga a me in modo così “semplice e inoffensivo” come un pezzo di pane?». Le domande e i dubbi dei Giudei rivivono nelle nostre fatiche nell’accettare che la Croce di Gesù possa restare viva, reale ed efficace in un rito ripetitivo e monotono come quello eucaristico.
2. Chi crede ha la vita eterna. Gesù risponde agli interrogativi dei Giudei e nostri annunciando il senso della sua missione: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno (...). Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me (... ). In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna». Questa è l’affermazione centrale. La vita eterna non è il risultato o il premio di una iniziativa umana, ma germoglia per la fede; dalla fede, poi, viene la possibilità di condurre una “vita buona”. Questo percorso è importante ma non è scontato; molti ritengono di poter fare un percorso inverso e cioè di “salire fino a Dio” attraverso l’ascesi di una vita rispettosa delle norme e carica di opere buone. Gesù dice che la vita, quella eterna, viene dall’alto: per grazia. La fede è definita nella sua essenza: ascoltare l’annuncio di Gesù, accogliere la sua persona come rivelazione piena e definitiva dell’amore del Padre, abbandonarsi alla “nuova vita”, germe eterno e divino che la fede semina nell’anima e che vivrà per sempre.
3. Il Pane che dà la vita. Il germe della fede è vitale, anzi è la vita stessa; e la vita, per crescere, ha bisogno di nutrimento. Noi sappiamo che il nutrimento della fede è l’amore che Gesù ha per noi; sappiamo anche che il luogo e la fonte di questo amore è l’Eucaristia celebrata dalla Sposa. Per questo, «se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Dobbiamo riflettere seriamente sul senso della celebrazione eucaristica: da lì nasce la Chiesa e in essa è resa possibile la professione della fede. Molti cristiani si nutrono sacramentalmente della Comunione; ma tutti i cristiani vivono la fede nell’atto dell’attiva partecipazione all’Eucaristia. Questo concetto andrebbe ben altrimenti sviluppato, ma deve crescere in noi la consapevolezza che «l’Eucaristia è tutto per noi».
don Luigi Galli

domenica 13 settembre 2015

1103 - 14 SETTEMBRE: FESTA DELLA ESALTAZIONE DELLA CROCE

“La croce, già segno del più terribile fra i supplizi, è per il cristiano l'albero della vita, il talamo, il trono, l'altare della nuova alleanza. Dal Cristo, nuovo Adamo addormentato sulla croce, è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa. La croce è il segno della signoria di Cristo su coloro che nel Battesimo sono configurati a lui nella morte e nella gloria. Nella tradizione dei Padri la croce è il segno del figlio dell'uomo che comparirà alla fine dei tempi. La festa dell'esaltazione della croce, che in Oriente è paragonata a quella della Pasqua, si collega con la dedicazione delle basiliche costantiniane costruite sul Golgota e sul sepolcro di Cristo”. (Messale Romano)
La festa in onore della Croce venne celebrata la prima volta il 13 dicembre 335. Col termine di "esaltazione", che traduce il greco hypsòsis, la festa passò anche in Occidente, e a partire dal secolo VII essa commemora il recupero della preziosa reliquia fatto dall'imperatore Eraclio nel 628.
Della Croce, trafugata quattordici anni prima dal re persiano Cosroe Parviz durante la conquista della Città santa, si persero poi definitivamente le tracce nel 1187, quando venne tolta al vescovo di Betlemmme che l'aveva portata nella battaglia di Hattin.
Ma oggi la celebrazione assume un significato ben più alto del leggendario ritrovamento da parte della pia madre dell'imperatore Costantino, Elena. La glorificazione di Cristo passa infatti attraverso il supplizio della croce e l'antitesi sofferenza-glorificazione diventa fondamentale nella storia della Redenzione: Cristo, incarnato nella sua realtà concreta umano-divina, si sottomette volontariamente all'umiliante condizione di schiavo (la condanna alla croce era un riservata agli schiavi) e l'infamante supplizio viene tramutato in gloria imperitura. Così la croce diventa il simbolo e il compendio della religione cristiana.
La stessa evangelizzazione operata dagli apostoli, è la semplice presentazione di "Cristo crocifisso". Il cristiano, accettando questa verità, "è crocifisso con Cristo", cioè deve portare quotidianamente la propria croce, sopportando ingiurie e sofferenze, come Cristo che, gravato dal peso del "patibulum" (il braccio trasversale della croce, che il condannato portava sulle spalle fino al luogo del supplizio dov'era conficcato stabilmente il palo verticale), fu costretto a sopportare gli insulti della gente sulla via che conduce al Golgota. Le sofferenze che riproducono nel corpo mistico della Chiesa lo stato di morte di Cristo, sono un contributo alla redenzione degli uomini, e assicurano la partecipazione alla gloria del Risorto.
(Piero Bargellini)

1102 - IO SEMINO PACE?

Ci farà bene domandarci: ‘Io semino pace? Per esempio, con la mia lingua, semino pace o semino zizzania?’. Quante volte abbiamo sentito dire di una persona: ‘Ma ha una lingua di serpente!’, perché sempre fa quello che ha fatto il serpente con Adamo ed Eva, ha distrutto la pace. E questo è un male, questa è una malattia nella nostra Chiesa: seminare la divisione, seminare l’odio, seminare non la pace.
Ma questa è una domanda che tutti i giorni fa bene che noi ce la facciamo: ‘Io oggi ho seminato pace o ho seminato zizzania?’. ‘Ma, alle volte, si devono dire le cose perché quello e quella…’: con questo atteggiamento cosa semini tu?”.
“Se una persona, durante la sua vita, non fa altra cosa che riconciliare e pacificare la si può canonizzare: quella persona è santa.
Ma dobbiamo crescere in questo, dobbiamo convertirci: mai una parola che sia per dividere, mai, mai una parola che porti guerra, piccole guerre, mai le chiacchiere.
Io penso: cosa sono le chiacchiere? Eh, niente, dire una parolina contro un altro o dire una storia: ‘Questo ha fatto…’. No! Fare chiacchiere è terrorismo perché quello che chiacchiera è come un terrorista che butta la bomba e se ne va, distrugge: con la lingua distrugge, non fa la pace. Ma è furbo, eh? Non è un terrorista suicida, no, no, lui si custodisce bene”.
“Ogni volta che mi viene in bocca di dire una cosa che è seminare zizzania e divisione e sparlare di un altro… Mordersi la lingua! Io vi assicuro, eh? Che se voi fate questo esercizio di mordersi la lingua invece di seminare zizzania, i primi tempi si gonfierà così la lingua, ferita, perché il diavolo ci aiuta a questo perché è il suo lavoro, è il suo mestiere: dividere”.
Omelia di papa Francesco, 4 settembre 2015, a Casa Santa Marta