Parrocchia S. Gerolamo Emiliani di Milano - Blog

Il Blog "Insieme per..." vuole proporre spunti di riflessione e di condivisione per costruire insieme e fare crescere la comunità della parrocchia di San Gerolamo Emiliani di Milano, contribuendo alla diffusione del messaggio evangelico.

venerdì 29 luglio 2011

573 - LA SETTIMA DOMENICA “DOPO PENTECOSTE”

La tappa nella storia della salvezza rappresentata dall’ingresso nella terra promessa del popolo d’Israele sotto la guida di Giosuè annunzia e prelude l’ingresso nel regno di Dio sotto la guida del Signore Gesù.
Lettura: Giosuè 4,1-9;
Salmo: 77;
Epistola: Romani 3,29-31;
Vangelo: Luca 13,22-30.
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Il brano evangelico odierno è sapientemente inquadrato nel “cammino” di Gesù verso Gerusalemme dove si deve compiere il suo destino di Messia e di predicatore del Regno. L’evangelista tiene a sottolineare che l’attività principale di Gesù in marcia verso Gerusalemme è l’“insegnamento” di cui ci viene fornito un saggio nei versetti oggi proclamati dalla tonalità tipicamente “profetica”.
L’occasione gli è presentata nella domanda postagli da “un tale” (v. 23) riguardante il problema della “salvezza”: «sono pochi quelli che si salvano?». Essa riflette il dibattito, presente nel giudaismo del tempo di Gesù, che si poneva con serietà il problema della “salvezza” di tutti i membri del popolo di Israele. Sono davvero tutti membri del popolo “eletto” e dunque del popolo dei salvati?
La risposta di Gesù indica al suo interlocutore e, dunque, anche a noi che ascoltiamo, l’urgenza di “sforzarsi”, vale a dire di mettere ogni impegno per entrare nella “salvezza” immaginata come una grande aula a cui si accede, però, attraverso un’unica “porta stretta” (v. 24). Un’immagine questa che richiama con forza l’esigenza della “conversione” essenziale per la “salvezza”.
La forza del richiamo del Signore è ulteriormente indicata nella sottolineatura che: «molti cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno» e soprattutto dal gesto del “padrone di casa” che chiude l’unica “porta” e misconosce quanti sono rimasti fuori (v. 25). A nulla varrà vantarsi di essersi intrattenuti con il Signore e di aver ascoltato i suoi insegnamenti.
La realtà è questa: nella sala è allestito un grande “banchetto” che è un’immagine cara ai Profeti per indicare la realizzazione definitiva della salvezza nel regno di Dio. Ciò che deve essere tenuto presente è che coloro che si credono i naturali “commensali” al banchetto della salvezza ne rimangono esclusi a differenza di altri ritenuti “esclusi” per principio che invece sono contemplati seduti «a mensa nel regno di Dio» (v 29).
Ne viene che bisogna fare di tutto, mettendosi continuamente in gioco davanti al Signore e al suo Vangelo, al fine di poter accedere, per la “porta stretta” alla mensa del Regno, alla “salvezza”. Occorre, inoltre, tenere presente che a nulla gioverà rivendicare l’appartenenza alla comunità ecclesiale qualora la nostra condotta pratica di vita risulti in dissonanza con gli “insegnamenti” del Signore.
Egli offre la “salvezza” a ogni uomo che si apre con sincerità e verità al suo Vangelo e, per questo, fa di tutto perché la propria vita sia sempre in sintonia con la sua Parola.
Questa domenica, nel presentare una tappa singolare della storia della salvezza qual è l’ingresso del popolo d’Israele nella terra promessa con il passaggio del fiume Giordano sotto la guida di Giosuè (Lettura: Giosuè 4,1-9) successore di Mosè, mette in luce come quella ”terra“ è annunzio profetico anticipatore del regno di Dio, nel quale si accede seguendo Gesù nel passaggio “stretto” vale a dire nella sua croce che per noi comporta la conversione del cuore e della vita.
Al Regno sono in verità chiamati e destinati, nel mirabile disegno di colui che non è Dio solo dei “Giudei” ma di tutte “le genti” (Epistola: Romani 3,29), tutti gli uomini che seguono il vero Giosuè, ossia il Signore Gesù nel suo “passaggio” attraverso la croce da questo mondo al Padre e così sedersi «a mensa nel regno di Dio» temporaneamente ma efficacemente anticipata nella nostra assemblea eucaristica.
In essa così preghiamo: «Sostieni, o Dio, il popolo dei credenti con la molteplice azione della tua grazia e preservaci da ogni inciampo del male; non lasciarci mancare mai gli aiuti necessari alla quotidiana esistenza e guidaci alla gioia della dimora eterna» (A Conclusione della Liturgia della Parola).
A. Fusi

domenica 24 luglio 2011

572 - UN LIBRO PER L'ESTATE - 2 -


IL SOGNO DI ERNESTO OLIVERO
La Chiesa non deve inseguire primati, onori e posizioni di forza, salvo angosciarsi quando le statistiche mettono in rilievo la progressiva riduzione dei praticanti, ma deve vivere, oltre che proclamare, la semplicità disarmante del Vangelo. Non dobbiamo avere paura delle nostre miserie. La debolezza, riconosciuta e non mascherata di perbenismo, può far emergere l’opera di Dio che è in ognuno di noi, l’opera che lui ha affidato a Pietro, un caratteraccio, uno sbruffone pauroso che la fede ha trasformato in coraggioso martire.
Non sogno una Chiesa da sogno. Sogno semmai una Chiesa che sappia parlare poco, il giusto, e ascoltare molto, tutti. Olivero ha avuto papi, vescovi e santi per amici. Basti un esempio, anzi due: Giovanni Paolo Il l’ha incontrato 77 volte; quando parla del cardinale Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino dal 1965 al 1977, si commuove: -L’ho sempre chiamato “padre” e per me, per noi del Sermig, lo è stato davvero. Ci ha preso per mano, ci ha fatto crescere, ci ha presentato maestri della fede e della carità del calibro di Frère Roger o di Madre Teresa di Calcutta-. Tuttavia la Chiesa, anche per Olivero, non è sempre stata madre comprensiva e generosa. Accadde nell’inverno 1969. Per mobilitare le coscienze e raccogliere fondi contro la fame nel mondo, Ernesto e i suoi organizzarono un concerto al Palasport di Torino: diecimila biglietti venduti per sentire Adriano Celentano. L’evento fu un grande successo. La cosa, però, suscitò invidie. Giorni dopo il Sermig venne cacciato dall’Ufficio missionario diocesano. «È stata la prima prova, non l’unica», sorride Olivero che indica nel perdono uno dei tratti costitutivi del cristianesimo, anche se il più impegnativo e il meno praticato. Un bilancio? Avevo cominciato dando due ore del mio tempo libero, piano piano mi sono lasciato coinvolgere ventiquattr’ore su ventiquattro. Avevo cominciato con la mia fidanzata, Maria, che è diventata mia moglie e con la quale ho formato la famiglia che desideravamo: tre figli e otto nipoti, sei in terra, uno in pancia e uno in cielo.
Felice? Sì, lo sono. Amo Dio e cerco di lasciarmi amare da lui».
Alberto Chiara, in Famiglia Cristiana

571 - UN LIBRO PER L'ESTATE - 1 -

IL SOGNO DI ERNESTO OLIVERO
“La chiesa non deve inseguire primati, onori e posizioni di forza, ma vivere la semplicità del Vangelo», dice il fondatore e animatore del Sermig”.
La porta sempre con sé, sottobraccio o nella borsa, dipende. Un gesto spontaneo, autentico, assicurano i tanti amici che lo conoscono bene, non un vezzo o, peggio, una posa. Ernesto Olivero ama la versione integrale della Bibbia, quella spessa, Antico e Nuovo Testamento insieme, la fodera in pelle provata dall’uso costante, le pagine scavate da una preghiera che lo porta a sottolineare i versetti che più lo colpiscono. Accanto a ciascuno appunta in matita luogo e data in cui Dio gli ha parlato. Cosa gli ha detto, no, non lo dice. Per lui parlano i fatti. L’elenco è piuttosto lungo: un’organizzazione, il Sermig, Servizio missionario giovani, fondata nel 1964 e diventata con il tempo una comunità religiosa che oggi conta un centinaio di consacrati; tre Arsenali sparsi nel mondo (quello della pace, dall’83 a Torino, quello della speranza, dal’96 a San Paolo del Brasile, quello dell’incontro, dal 2003 a Madaba, in Giordania); 2.970 pasti distribuiti ogni giorno; 1.750 persone ospitate ogni notte.
E la Bibbia è lì, sempre a portata di mano, linfa - si capisce - di tanto fare. «Mia mamma era una donna di preghiera», ricorda Ernesto nel suo ufficio, in cui un cartello invita a entrare senza bussare. «Papà, che forse non credeva, era però un uomo giusto. Ho capito sin da bambino che la preghiera non è illusione o fuga , e che la giustizia doveva diventare la bussola grazie alla quale orientare la mia vita. Dio ha progetti su tutti e su ciascuno; il mio l’ho scoperto cammin facendo nutrendomi della sua Parola. E non ho ancora finito». Di sicuro, nella sua vocazione, c’è un qualcosa che richiama i profeti d’un tempo: nell’ultimo libro che ha scritto (Per una Chiesa scalza, Priuli & Verlucca) Olivero non lesina, ad esempio, pagine severe con le quali mette in guardia le comunità dei credenti dal lasciarsi sedurre da logiche ben lontane dai valori evangelici.
«Ce l’ha detto Gesù: chi intende essere il primo diventi l’ultimo. Il Signore vuole la nostra affermazione, spera che tutti diventiamo numeri uno. Ma per servire. Il potere vale nella misura in cui aiuta il prossimo, come i soldi che devono scivolar via dalle nostre mani diventando pranzi e cene per chi ha fame, giacigli per chi non ha un riparo, lavoro per chi è disoccupato». «Cos’è per me la Chiesa? Dovrebbe essere il sogno di Dio, la realizzazione dei suoi insegnamenti. In molti posti è così. In tanti altri no. Noi dobbiamo avere l’avvedutezza di capire come sarà il domani. Credo che non occorra essere dei maghi per dire che tra vent’anni in molte città europee la Chiesa sarà cenere spenta. A sparire, però, non sarà la Chiesa capace di riflettere l’amore sconfinato del Creatore, ma l’altra, la brutta copia del sogno di Dio, quella che è incapace di crescere nella preghiera e nel silenzio, quella abbagliata dall’effimera gloria del mondo che non cerca più la pecorella smarrita, ma, anzi, spesso fa di tutto per perderla. Tutto ciò ha un risvolto paradossale.
Oggi più che mai, infatti, c’è sete di Dio, di assoluto, di verità.
Alberto Chiara, in Famiglia Cristiana

venerdì 22 luglio 2011

570 - LA SESTA DOMENICA “DOPO PENTECOSTE”

Tra i personaggi di spicco che hanno scandito la storia della salvezza un posto importante va riconosciuto a Mosè guida del suo popolo. Egli, in verità, preannunzia nella sua persona e nella sua opera quella del vero e definitivo capo, profeta e guida dell’intera umanità, vale a dire di Cristo Signore.
Il Lezionario riporta le seguenti lezioni bibliche: Lettura: Esodo 33,18-34,10; Salmo 76; Epistola: 1Corinzi 3,5-11; Vangelo: Luca 6,20-31.
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Il brano odierno è preso da quella che possiamo chiamare la predicazione “pubblica” di Gesù che l’evangelista Luca ambienta, a differenza di Matteo, «in un luogo pianeggiante» (6,17-49) e si presenta diviso in due parti: vv. 20-26 e vv. 27-31.
La prima parte è composta da una serie di quattro “beatitudini” (vv. 20-22) a cui fanno riscontro quattro “guai” (vv. 24-26). In particolare le “beatitudini” riguardano coloro che nell’ambiente sociale e anche nella comunità ecclesiale sono gli ultimi, i disprezzati i respinti, gli isolati. La loro situazione descrive quella del Signore stesso il quale, pur essendo Figlio di Dio, si è “umiliato” ed è stato relegato tra gli ostracizzati, addirittura i “maledetti” da Dio! La loro condizione di vita, quaggiù, fatta di povertà, di sofferenza, di lacrime, di disprezzo e di odio è la garanzia di un radicale mutamento che si prepara per essi davanti a Dio, ovvero nel Regno.
E' quanto si è esemplarmente verificato in colui che è il prototipo di quanti sono “odiati”, messi al bando e “disprezzati” nella loro persona perché si sono a lui identificati. Dio, il Padre, ha totalmente ribaltato il giudizio degli uomini esaltando e facendo “sedere alla sua destra” il suo Figlio.
Al contrario le minacce espresse con i quattro “guai”, che ricordano da vicino le invettive dei Profeti, colpiscono in primo luogo i “ricchi” i quali, a motivo della sicurezza che deriva loro dai beni, si considerano al riparo da tutto e assumono sovente un atteggiamento di arroganza e di prepotenza nei confronti degli altri e di “indifferenza” nei confronti di Dio e dei suoi precetti. Anche per costoro si prepara un radicale mutamento nel regno di Dio.
Nell’ultima parte (vv. 27-31) sono racchiuse alcune esortazioni «a voi che mi ascoltate» ossia a coloro che hanno udito la Parola, l’hanno accolta nel loro cuore, facendosi così “discepoli”. A essi, nei quali speriamo di poter essere anche noi annoverati, Gesù dà una serie di comandi che hanno al centro quello della carità vale a dire dell’amore del tutto gratuito, disinteressato e che non si attende il contraccambio.
L’amore, che è proprio di Dio, si manifesta come avviene in lui nella benevolenza verso tutti, compresi i nemici e i malvagi. Questa misura alta della carità è la norma data dal Signore stesso ai suoi discepoli, i quali “devono” letteralmente «amare i nemici, fare del bene a coloro che li odiano, benedire chi li maledice, pregare per chi li maltratta» (cfr. vv. 27-28). Si tratta di una “norma” alla quale ogni discepolo dovrà tendere, domandando a Dio incessantemente la grazia di poterla vivere concretamente nell’esistenza quotidiana.
Occorre inoltre comprendere che nessun’altra regola o norma di vita può precedere o mettere in ombra questa uscita dal cuore del Signore, il primo ad averla osservata fino a porgere non soltanto la “guancia” ma tutto sé stesso a chi lo percuote e lo umilia fino alla morte.
Letto nel contesto liturgico del Tempo “dopo Pentecoste” incaricato di ripercorrere le più importanti tappe della storia della salvezza così come di presentarne i personaggi più significativi, il brano evangelico evidenzia come Gesù abbia portato a pieno compimento ciò che era annunziato nella figura di Mosè.
La Lettura, infatti, sottolinea il ruolo di guida, di maestro, di profeta e di intercessore proprio di Mosè che sul monte Sinai poté vedere la gloria di Dio che consiste di fatto nella sua grande bontà (cfr. Esodo 33,18-23) e dal quale ha ricevuto la promessa: «Ecco, io stabilisco un’alleanza: in presenza di tutto il tuo popolo io farò meraviglie, quali non furono mai compiute in nessuna terra e in nessuna nazione» (Esodo 34,10).
Noi crediamo che la “gloria di Dio” ovvero la rivelazione di lui come bontà e amore verso tutti è stata manifestata in pienezza dal Signore Gesù nelle sue parole e nelle sue opere, segnatamente nella sua croce.
Così è dell’“alleanza”, della comunione indissolubile cioè che lega Dio stesso all’uomo. Quella stabilita con Mosè sul Sinai scritta su “due tavole di pietra” (Esodo 34,1) fu un vero “patto” tra Dio e il suo popolo Israele, stipulato, però, come annunzio profetico dell’alleanza “nuova ed eterna” nel suo Figlio Gesù il cui Spirito la incide per sempre nel cuore dei fedeli.
Essa ha come unica norma e clausola l’osservanza della carità, quella di Dio, usata da lui nei riguardi di tutti anche degli empi e dei malvagi. Per questo l’Orazione all’Inizio dell’Assemblea Liturgica così prega: «O Dio, che nell’amore verso di te e verso il prossimo hai posto il fondamento di tutta la legge, fa che, osservando i tuoi comandamenti, meritiamo di entrare nella vita eterna».
E' la carità, dunque, il “fondamento” sul quale viene costruito l’“edificio di Dio” (Epistola: 1Corinzi 3,9) vale a dire la Chiesa quale comunità dei credenti e su di esso devono continuare a costruire coloro che nella Chiesa si succedono come “servitori” (v. 5) nel compito di guida dei fratelli. Ed è quanto ci esorta a fare l’antifona Alla Comunione: «Camminiamo nella carità, come anche Cristo ci ha amato e ha dato sé stesso per noi, offrendosi in sacrificio di soave profumo».
(A. Fusi)

lunedì 18 luglio 2011

569 - “POSITIVI NELL’ANIMA”

DAL 17 AL 23 LUGLIO, INVIA UN SMS AL 45509 PER DONARE AD UNA DONNA DELLO ZAMBIA LA SPERANZA DI NON TRASMETTERE L’AIDS AL SUO BAMBINO
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La Diocesi di Milano e l’associazione di volontariato internazionale CeLIM (Organismo Non Governativo) raccolgono fondi a sostegno del Mtendere Mission Hospital, l’Ospedale della Pace (Mtendere in lingua locale), in Zambia, e in particolare a sostegno delle attività di lotta all’AIDS, epidemia che affligge il Paese africano.
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La raccolta fondi è aperta da domenica 17 a sabato 23 luglio: è possibile donare 2 euro inviando 1 sms al 45509 da cellulari TIM, Vodafone, Wind, 3, PosteMobile e CoopVoce o chiamando da rete fissa Telecom Italia, Infostrada, Fastweb e TeleTu.
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Perché permettere ad una madre di non trasmettere l’HIV al suo bambino è possibile.
Continua a guardare con positività alla vita, DONA 2 EURO AL 45509.
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AIUTACI…CONDIVIDI QUESTO MESSAGGIO CON TUTTI I TUOI CONTATTI!
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Per info:  www. positivinellanima.it  - numero verde 800 16 82 80
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venerdì 15 luglio 2011

568 - LA QUINTA DOMENICA “DOPO PENTECOSTE”

Presenta, nella graduale riproposizione della storia della salvezza propria di questo tempo liturgico, la figura di Abramo come esemplare per i credenti e i discepoli di tutti i tempi. Il Lezionario riporta i seguenti brani biblici: Lettura: Genesi 11,31.32b-12,5b; Salmo: 104; Epistola: Ebrei 11,1-2.8-16b; Vangelo: Luca 9,57-62.
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Il brano odierno è preso dal racconto del viaggio di Gesù verso Gerusalemme avviato dalla solenne affermazione del v. 51: «Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme». In tale racconto l’Evangelista incornicia la vicenda storica del Signore come un deciso andare incontro alla passione e morte nella città santa di Gerusalemme.
In particolare il brano si apre con la dichiarazione entusiastica di un anonimo accompagnatore di Gesù: «Ti seguirò dovunque tu vada» (v. 57). è degno di nota il fatto che egli si senta spinto a seguire Gesù senza porre alcuna condizione. Con la sua risposta (v. 58) Gesù fa capire che la sequela esige una dedizione senza riserve e senza umane aspettative.
Nella seconda parte del nostro brano (vv. 59-61) è Gesù stavolta a chiamare alla sua sequela, ottenendo una risposta positiva accompagnata da una richiesta: «permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Questa, oltre a indicare l’amore filiale verso il proprio genitore, è un’esigenza precisa che discende dalla Legge la quale, com’è noto, prescrive di “onorare il padre e la madre”.
La sorprendente risposta di Gesù sottolinea che, con la chiamata, si riceve una “nuova vita” per cui chi non lo “segue” è come “morto”! La nuova “vita” è contraddistinta dalla dedizione esclusiva all’annunzio del regno di Dio collaborando, in questo, alla missione stessa di Gesù. Per questo non è consentito attardarsi e indugiare in altro.
I vv. 61-62 infine registrano un’adesione spontanea alla “sequela” anch’essa, però, subordinata in qualche modo a pur legittime umane esigenze come quella di prendere congedo “da quelli di casa mia”. La risposta del Signore si rifà da una parte alla chiamata di Eliseo al quale il profeta Elia permette di andare a salutare i suoi genitori (cfr. 1Re 19,20), ma dall’altra la supera con l’esigenza ancora più forte posta da Gesù in ordine alla dedizione totale di sé per il regno di Dio.
La Scrittura offre al riguardo una testimonianza esemplare valida per tutti i tempi: quella di Abramo. Egli diventa il modello e il prototipo di quanti ricevono una chiamata divina e a essa rispondono con una disponibilità piena, senza condizioni o riserve. è ciò che abbiamo ascoltato a proposito della prima chiamata di Dio ad Abram: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Lettura: Genesi 12,1) e l’immediata reazione di questi: «Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore» (v. 4).
L’autore della Lettera agli Ebrei indica nella “fede” descritta come «fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede» (Epistola: Ebrei 11,1) la motivazione interiore che muove Abramo a rispondere con risoluzione pronta e decisa alla chiamata che viene dall’alto. Dobbiamo, al riguardo, confessare che siamo come spiazzati dalle forti esigenze della “sequela” che spesso ci chiede di “ partire senza sapere dove andare“, ossia di consegnarci senza comprensibili umane “garanzie” alla volontà di Dio che ha grandi progetti su ognuno di noi, chiamati a collaborare per l’annunzio e la diffusione del suo Regno.
Nella celebrazione eucaristica teniamo davanti agli occhi il Signore Gesù che per primo si consegnò prontamente e senza condizioni al volere del Padre, anche quando tale volere gli additava la croce. Da lui, perciò, accogliamo l’invito a fare altrettanto e la grazia necessaria per “andare” effettivamente sulle vie misteriose e grandi della volontà divina.
A. Fusi

mercoledì 13 luglio 2011

567 - È IMPORTANTE SAPERE CHE GESÙ MI CONOSCE?

Qualcuno potrebbe chiedersi se è davvero importante conoscere il modo in cui Gesù ci conosce. È una cosa che aiuta nella vita, che serve?
Vorrei rispondere a questa possibile domanda con le parole che Gesù, nel vangelo secondo Giovanni, rivolge alla samaritana: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva!» (Gv 4, 10).
Se noi conoscessimo il dono di Dio e chi è Gesù che ci parla, la nostra vita sarebbe completamente diversa. Senza questa conoscenza di Gesù la nostra vita è fiacca, si trascina. Quando, ad esempio, ci sentiamo privi di volontà, di entusiasmo, oppure andiamo avanti per alti e bassi, significa che non abbiamo la conoscenza di Gesù o che si è sfocata. Quando in una parrocchia c'è grigiore, stanchezza, mancanza di gioia, i giovani si lamentano e sono scontenti, la gente frequenta poco la chiesa, possiamo dire: «Qui non c'è conoscenza di Gesù». Se poi il grigiore e la fiacchezza dominassero una classe, un seminario, rivelando una poca conoscenza di Gesù, la vita diventerebbe pesante, per non dire impossibile.
Per quanto riguarda voi, credo che ciascuno, se non avesse questa conoscenza di Gesù, potrebbe dire: «Il mio futuro è incerto e buio, vorrei sapere ma non so se Gesù mi chiama davvero, non so come fare a capire se sono chiamato».
Se non ho la conoscenza di Gesù, le domande che mi pongo restano confuse e senza risposta.
Già san Paolo diceva che la conoscenza di Gesù è così importante da far dimenticare tutto il resto: «Quello che poteva essere per me un guadagno, tutto ciò che mi dava successo, l'ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù mio Signore per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo» (Fil 3,7-8).
Sono parole fortissime, con le quali l'Apostolo dice: «Se ho la conoscenza di Gesù non mi importa più niente del resto, mi sento pieno dentro di me».
È quindi fondamentale per la nostra vita la conoscenza di Gesù di cui parleremo in questi giorni, e dobbiamo insistere nella preghiera: «O Gesù, fa' che io ti conosca, fa' che ti conosca come mi conosci tu, fa' che io conosca come tu mi conosci!».
(da "Guidami sulla via della vita, meditazioni per ragazzi", Esercizi spirituali dettati dal cardinale Martini, 1986)

sabato 9 luglio 2011

566 - LA QUARTA DOMENICA “DOPO PENTECOSTE”

Presenta il “mistero” del male e del peccato che sembrano dominare la storia e il cuore dell’uomo e che il Signore Gesù ha vinto con la sua Pasqua di morte e di risurrezione. I brani biblici proposti nel Lezionario ambrosiano sono: Lettura: Genesi 6,1-22; Salmo: 13; Epistola: Galati 5,16-25; Vangelo: Luca 17,26-30.33.
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I versetti oggi proclamati sono presi dal brano che riporta gli insegnamenti di Gesù relativi al regno di Dio e alla fine dei tempi (17,20-37) e occasionati dalla domanda a lui rivolta dai farisei: «Quando verrà il regno di Dio?» (v. 20).
In particolare il brano odierno riferisce alcuni di quegli “insegnamenti” destinati da Gesù ai suoi “discepoli” (v. 22) a quanti, cioè, hanno deciso di seguirlo. Va anche evidenziato come egli tiene a precisare che la sua “manifestazione” gloriosa alla fine dei tempi è preceduta dalla «necessità che egli soffra molto e venga ripudiato da questa generazione» (v. 25).
Si comprende così come Gesù, citando gli eventi drammatici della storia di Noè riportata nella odierna Lettura, esorti i suoi discepoli a non mettersi nell’atteggiamento di “questa generazione” che è identico a quello degli uomini del tempo di Noè. I quali, tutti intenti e occupati esclusivamente nelle realtà proprie di questo mondo provvisorio, «prendevano moglie, prendevano marito», dimostravano di essere in nulla preoccupati della subitaneità della manifestazione ultima del Signore continuando, perciò, come nulla fosse, a “mangiare e a bere” (v. 27). In questo caso la venuta del Signore sarà distruttiva così come alla venuta del diluvio che «li fece morire tutti» (v. 27).
La stessa esortazione è ripresa con forza ai vv. 28-29 dove si fa memoria del tempo di Lot contrassegnata, stando a quanto leggiamo nel libro della Genesi cap. 19, da una impressionante degenerazione morale degli abitanti di Sodoma e Gomorra, tutti intenti alle cose materiali (v. 28) e incuranti del giudizio di Dio evocato da Gesù con l’immagine della «pioggia di fuoco e zolfo dal cielo» che «li fece morire tutti» (v. 29).
La conclusione del v. 30: «Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà» appare un’ulteriore esortazione del Signore rivolta ai suoi discepoli perché si guardino da quella “noncuranza” del giudizio divino che ha decretato la rovina degli uomini al tempo di Noè e di Lot e che si manifesterà in pienezza con la manifestazione gloriosa del Signore.
Non facciamo difficoltà a sentire diretta anche a noi, discepoli del Signore, in questo nostro momento storico l’esortazione a guardarci dal concepire l’esistenza terrena sganciata dalla superiore necessità di essere anche disposti a “perdere la vita” per poterla in verità “salvare” (v. 33).
In questo caso significa non solo e non tanto essere pronti a “dare” la nostra vita per il Signore, ma soprattutto non cadere nell’errore che essa dipenda e si regga sulle cose e sulle realtà di questo mondo così esemplificate ai vv. 27 e 28: «mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, costruivano, prendevano moglie e marito», il cui possesso sembra garantirci la “vita”.
Proprio un simile modo di pensare e di vivere non soltanto espone l’uomo al pericolo di “perdere la vita” e per sempre nella rovina eterna, ma introduce fatalmente nel tessuto sociale la corruzione, la perversione e la violenza (Lettura: Genesi 6,5.11-12) causa del rigetto di Dio stesso così espresso: «Cancellerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato e, con l’uomo, anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito di averli fatti» (v. 7).
L’alternativa proposta dalla parola di Dio al fine di sfuggire al potere distruttivo del male è quella espressa così dall’Apostolo: «camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne» (Epistola: Galati 5,16). La partecipazione all’Eucaristia celebrata «finché il Signore venga» tiene desta nella Chiesa e in tutti noi credenti la convinta disponibilità a “perdere” la nostra vita, ovvero a non anteporre nulla al Signore Gesù. Egli nel dono incessante dello Spirito ci dona anche di «camminare secondo lo Spirito» rifuggendo dalle “opere” mortifere della “carne” che ci escludono dall’eredità del regno di Dio unica nostra vera e definitiva prospettiva di salvezza.
A.Fusi

mercoledì 6 luglio 2011

domenica 3 luglio 2011

564 - APOSTOLATO DELLA PREGHIERA LUGLIO 2011

Generale: Perché i cristiani contribuiscano ad alleviare, specialmente nei Paesi più poveri, la sofferenza materiale e spirituale degli ammalati di Aids.
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Missionaria: Per le religiose che operano nei territori di missione, affinché siano testimoni della gioia del Vangelo e segno vivente dell'amore di Cristo.
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Il beato Papa Giovanni Paolo II affermava che le parole di S. Paolo, “l'amore del Cristo ci possiede” (2 Cor 5, 14), dovrebbero essere uno stimolo per i religiosi ad evangelizzare in terra di missione, dal momento che è compito delle persone consacrate lavorare in tutto il mondo per consolidare ed espandere il Regno di Cristo, portando l'annuncio del Vangelo ovunque, anche nelle regioni più lontane (cfr. VC 78).
Non bisogna dimenticare che la vita consacrata è parte essenziale della Chiesa, appartiene indiscutibilmente al mistero della sua vita e della sua santità (cfr. LG 44). Nelle Chiese di nuova fondazione la presenza della vita consacrata è necessaria, in quanto rivela la realtà di tutta la Chiesa, mostrandone così l’intera sua ricchezza.
I religiosi e le religiose hanno lasciato tutto per seguire Cristo, facendone la loro unica ricchezza e il loro unico tesoro. Per amore di Lui, per imitarlo più da vicino e seguendo il suo invito, hanno abbracciato il suo stile di vita in povertà, castità e obbedienza al Padre, dimostrando così che Dio merita di essere amato sopra ogni cosa. Coloro che amano Dio in questo modo, devono necessariamente amare i loro fratelli, e non possono restare indifferenti di fronte al fatto che molti di loro non conoscono ancora la piena manifestazione dell'amore di Dio in Cristo.
Certamente di fronte alla scarsità di vocazioni di cui soffrono alcuni istituti, si può essere tentati di pensare che non è possibile destinare alcuni membri al servizio delle missioni. Invece è solo donandola che la fede si rafforza, e Dio continua a benedire la generosità di chi, come la vedova del Vangelo, offre tutto quello che ha.
Dalla generosità scaturisce la gioia. Il cristianesimo è caratterizzato dalla gioia, come ha promesso il Signore: “nessuno potrà togliervi la vostra gioia” (Gv 16, 22). E’ questa gioia della vittoria di Cristo che i missionari annunciano con la propria vita, sapendo che il Signore ci ha guadagnato la gioia con il dono totale di sé stesso, e quelli che vogliono essere messaggeri di gioia devono anche vivere così. Persone vicine alla beata Teresa di Calcutta hanno affermato, parlando della sua gioia, che questa era il frutto della beatitudine della sottomissione. Cercò di non rifiutare nulla a Dio nella sua vita, e dalla consegna alla sua volontà, scaturì una gioia incrollabile che la missionaria portò dappertutto.
Gesù Cristo è l'amore di Dio fatto carne per noi. Annunciarlo significa essere testimoni del suo amore per ogni uomo, attraverso un amore che si manifesta in azioni concrete. Ma il missionario deve sapere andare sempre alla fonte dell’amore. “È pertanto Dio, che è Amore, a condurre la Chiesa verso le frontiere dell’umanità e a chiamare gli evangelizzatori ad abbeverarsi ‘a quella prima originaria sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore trafitto scaturisce l'amore di Dio’. Solo da questa fonte si possono attingere l’attenzione, la tenerezza, la compassione, l’accoglienza, la disponibilità, l’interessamento ai problemi della gente, e quelle altre virtù necessarie ai messaggeri del Vangelo per lasciare tutto e dedicarsi completamente e incondizionatamente a spargere nel mondo il profumo della carità di Cristo”. (Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale 2008, n.2).
La Vergine Maria, che si fece missionaria portando ad Elisabetta la gioia della salvezza che si era fatta carne nel suo grembo, sostenga e rafforzi tutti i religiosi e le religiose che operano nelle missioni per far conoscere agli uomini l'amore di Dio.

sabato 2 luglio 2011

563 - LA TERZA DOMENICA DOPO PENTECOSTE

Il brano del Vangelo di Giovanni 3,16-21 fa parte del discorso di Gesù a Nicodemo che l’evangelista dice essere uno dei “notabili giudei” (Gv 3,1). In particolare i versetti oggi proclamati, conclusivi del discorso, appaiono in verità come un monologo, un parlare di Gesù tra sé e sé, il quale – dopo aver annunziato ciò che lo attende: il suo “innalzamento” ovvero la sua morte sulla Croce (vv. 13-15), iscritta nel più ampio disegno salvifico di Dio al quale sta molto a cuore il mondo (vv. 16-18) – pone all’ascoltatore la necessità di schierarsi davanti a lui (vv. 19-21).
In particolare il v. 16a dice la motivazione che soggiace all’invio del Figlio da parte di Dio: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito». Si tratta di un’affermazione di decisiva importanza perché su di essa poggia l’intero progetto divino di salvezza e ogni suo sviluppo. Una parola quindi da assaporare e da accogliere nella profondità del nostro spirito e sulla quale fondare l’intera nostra esistenza di credenti.
Dio dunque “ama il mondo” ossia l’intera umanità e per questo nutre nel suo cuore un progetto di salvezza e di vita per attuare il quale “manda” il suo Figlio unico. I vv. 16b-17 dicono le finalità essenziali di tale invio. La prima delle quali è il dono della “vita eterna”, da intendere come comunione profonda con Dio che è già qui avviata in colui che “crede” nel Figlio inviato! è questa, perciò, la “salvezza” che il Figlio viene a portare e che ha come conseguenza pratica, per chi crede, di sfuggire al “giudizio” ossia di non andare incontro alla “condanna”.
Come avviene per il dono della “vita eterna” che è fin d’ora accordata a colui che accoglie il Figlio mandato nel mondo, così è del “giudizio” che è già dato da ora come condanna per chi “non crede” ovvero non accoglie Gesù!
In sintesi, chi “crede” ha fin d’ora la “vita eterna”, chi “non crede” va incontro fin da ora al giudizio di condanna che, in ultima analisi, consiste nella privazione della comunione di vita con Dio e, di conseguenza, alla rovina eterna, alla morte!
L’ultima parte, perciò, del nostro brano (vv. 19-21) mette tutti noi che ascoltiamo la parola evangelica davanti a una scelta: “credere o non credere” nel Figlio unico inviato dal Padre e alle conseguenze che da essa concretamente derivano.
Comprendiamo, alla luce delle sublimi parole del Signore, come tutto procede dall’amore assoluto di Dio. Questi manda l’unico suo Figlio per recare all’uomo la “luce”, ovvero la “rivelazione” che reclama la nostra adesione di fede. E nella fede ci fa fin d’ora partecipi della vita divina. D’altra parte la parola del Signore ci fa capire che tutto è lasciato alla libera decisione dell’uomo, il quale è invitato a rifuggire dalle tenebre dell’incredulità e ad aprirsi alla fede nel Figlio unigenito di Dio.
Proclamato nel peculiare contesto liturgico del tempo “dopo Pentecoste”, il brano evangelico vuole soprattutto mettere in luce il mistero di per sé incomprensibile della bontà di Dio e dell’incrollabile sua volontà salvifica nei confronti dell'uomo, per la cui realizzazione non esita a “dare” il suo Figlio, quello unico, quello che lui “ama”.
L’iniziale rivelazione trasmessa nelle Scritture veterotestamentarie documenta come l’amore di Dio per l’uomo ha la sua prima essenziale manifestazione nel “plasmarlo” come “un essere vivente” mediante il “soffio “ di vita a lui concesso e nel collocarlo in un “meraviglioso giardino” (Cfr: Lettura: Genesi 2,7-8).
Tutto ciò va considerato e compreso come un annunzio rivelatore di quell’amore di Dio testimoniato in modo insuperabile dall’aver “dato” per l’uomo il suo Figlio unico portatore della “vita eterna” che in lui e per mezzo di lui Dio vuole donare al “mondo”.
Un amore questo che non viene meno di fronte alla trasgressione da parte dell’uomo del comando di Dio (Genesi 2,17) e che, stando al commento dell’Apostolo ha sì introdotto «il peccato nel mondo e, con il peccato, la morte» (Epistola: Romani 5,12), ma ha dato modo a Dio di riversare su tutti gli uomini in maniera sovrabbondante il “dono” di grazia «concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo» (Romani 5,15d).
La preghiera del Prefazio traduce il potente annunzio udito nelle Scritture in una preghiera di ringraziamento e di lode che fa discendere, nel dono eucaristico, quella pienezza di vita e di grazia che Dio ha riversato e non cessa di riversare sul mondo nel suo unico Figlio. Così infatti ci rivolgiamo al Padre che, “con sapienza mirabile”, ha redento il mondo “nel sangue di Cristo”: «Amandoci oltre ogni nostro pensiero e ogni attesa, hai inviato al mondo il tuo Figlio unigenito perché nell’umiliazione della morte in croce riconducesse alla gloria l’uomo che dalla tua bontà era stato creato e per la propria superbia si era perduto».
A. Fusi