Parrocchia S. Gerolamo Emiliani di Milano - Blog

Il Blog "Insieme per..." vuole proporre spunti di riflessione e di condivisione per costruire insieme e fare crescere la comunità della parrocchia di San Gerolamo Emiliani di Milano, contribuendo alla diffusione del messaggio evangelico.

giovedì 31 dicembre 2009

200 - BUON ANNO 2010

In quei giorni il Signore parlò a Mosè e disse:

“Parla ad Aronne e ai suoi figli dicendo:

“Così benedirete il Signore degli Israeliti: direte loro:

Ti benedica il Signore e ti custodisca.

Il Signore faccia risplendere per te il suo volto,

e ti faccia grazia.

Il Signore rivolga a te il suo volto

e ti conceda pace.”

(Numeri 6,22-27)

FELICE ANNO NUOVO!

HAPPY NEW YEAR !

FELIZ AÑO NUEVO !


199 - PREGHIERA DI MADRE TERESA

Asciuga, Bambino Gesù, le lacrime dei fanciulli!

Spingi gli uomini a deporre le armi e a stringersi in un universale abbraccio di pace!

Invita i popoli, misericordioso Gesù, ad abbattere i muri creati dalla miseria e dalla disoccupazione

dall'ignoranza e dall'indifferenza, dalla discriminazione e dall'intolleranza.

Sei Tu, Divino Bambino di Betlemme, che ci salvi, liberandoci dal peccato.

Sei Tu il vero ed unico Salvatore, che l'umanità spesso cerca a tentoni.

Dio della pace, dono di pace per l'intera umanità, vieni a vivere nel cuore di ogni uomo e di ogni famiglia.

Sii Tu la nostra pace e la nostra gioia! Amen!

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Madre Teresa di Calcutta

198 - LA VERITA'

"La Verità che è nel seno del Padre è sorta dalla terra perché fosse anche nel seno di una madre.

La Verità che regge il mondo intero è sorta dalla terra perché fosse sorretta da mani di donna.

La Verità che alimenta incorruttibilmente la beatitudine degli angeli è sorta dalla terra perché venisse allattata da un seno di donna.

La Verità che il cielo non è sufficiente a contenere è sorta dalla terra per essere adagiata in una mangiatoia.

Con vantaggio di chi un Dio tanto sublime si è fatto tanto umile?

Certamente con nessun vantaggio per sè, ma con grande vantaggio per noi, se crediamo.

Ridestati uomo: per te Dio si è fatto uomo".

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(Agostino d'Ippona, Sermone 185,1)

lunedì 28 dicembre 2009

197 - GESU' E' DONO PER NOI

La Chiesa si sente toccata da questa nascita del Figlio di Dio e qui e adesso esprime la forza della sua nascita. La Chiesa canta la nascita del Figlio di Dio che è la nostra vita, che cambia la nostra esistenza, che tocca i singoli momenti della nostra esperienza, perché assume le nostre povertà, i nostri peccati, le nostre tristezze, i nostri desideri e le nostre speranze.

Si legge in un racconto che un giorno Gesù tornò visibilmente sulla terra: era Natale, e c’erano molti bambini riuniti per una festa. Gesù si presentò in mezzo a loro che lo riconobbero e lo acclamarono. Poi uno di loro cominciò a chiedere che dono Gesù avesse portato e a poco a poco tutti i bambini gli chiesero dove fossero i doni. Gesù non rispondeva e allargava le braccia.

Finalmente un bambino disse: Vedete, non ci ha portato niente? Allora è vero ciò che dice mio papà: che la religione non serve a niente, non ci dà niente, non ha nessun regalo per noi!”.

Ma un altro bambino replicò: “Gesù, allargando le braccia, vuol dire che ci porta se stesso, che è lui il dono, è lui che si dona a noi come fratello, come Figlio di Dio per farci tutti figli di Dio come lo è lui”.

E’ per questo che la nascita di Gesù è un evento che tocca ciascuno di noi, e che tocca i nostri problemi, in modo che possiamo vederli con cuore nuovo. Potremmo ricordare alcuni di questi gravi problemi: la violenza, la guerra, i sequestri, la droga, la crisi di lavoro. Problemi che hanno un denominatore comune: la lacerazione del tessuto umano, la sofferenza dell’uomo.

Gesù è tra noi per ricomporre il tessuto umano lacerato, per ricomporre un tessuto veramente umano. Gesù è in noi per farci vivere con umanità e dignità queste cose, per aprirci il cuore e l’intelligenza. Noi dobbiamo metterci in cammino verso Betlemme, per riconoscere questo grande avvenimento che è in mezzo a noi.

(Cardinale Carlo Maria Martini, Omelia nella Messa di mezzanotte, 1983)

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venerdì 25 dicembre 2009

196 - LA NATIVITA' NELL'ARTE

Lorenzo Lotto, Natività, 1523, Washington, National Gallery of Art

Lorenzo Lotto nato, si presume dal suo testamento, verso il 1480 e morto nel 1557. Veneziano di origini, appartiene alla grande generazione dei pittori veneziani quale Giorgione, Tiziano, Palma il Vecchio e Pordenone. Dopo un’iniziale apprendistato a Venezia svolse la sua attività in gran parte lontano dalla città natia: tra Treviso, Bergamo e le Marche. Il corpus dei suoi dipinti consta di oltre 130 pitture, per lo più pale d’altare, quadri devozionali, ritratti e 3 cicli di affreschi.

Nel dipinto i santi personaggi sono collocati in primo piano, tanto da porre l’osservatore, meglio il fedele, in una posizione privilegiata, siamo nella stalla! Non guardiamo dentro da fuori, la scena è vista dall’interno; si dà una condizione di intimità del fedele con il mistero che si rivela.

Nel 1523 Lotto dipinge la Natività, una piccola tavola (cm 46 x 36) conservata alla National Gallery of Art di Washington. Stava per finire il soggiorno bergamasco, un periodo che occupa l'arco di anni compresi tra il 1512 e il 1525 e caratterizzato da un "misticismo affettivo" e da un senso magico infuso nelle opere grazie all'utilizzo della luce. Lotto, amico dei Domenicani, viene indotto a immergersi e a meditare ancora di più sulle verità di fede.

La Natività è destinata a un'abitazione privata come dicono le piccole dimensioni. È un quadro pensato per la devozione di una famiglia. L'incarnazione si sposta dal luogo di culto, dove ci si reca a pregare, alle stanze di un palazzo in cui la giornata vorrebbe essere illuminata dalla memoria di Cristo. Il mistero lo si vuole prossimo, dentro le mura domestiche.

Lotto rompe gli schemi tradizionali e valorizza Giuseppe affiancandolo alla Madonna che ha gli occhi incollati su Gesù. Sono sgranati dalla meraviglia. Osserva il bambino che le sta parlando con lo sguardo, con il movimento delle labbra, con i piedini che scattano e con le mani che si muovono in uno slancio di affetto. Si vuole aggrappare, Lui che è Dio, a sua madre.

Dio si presenta come un bambino, un essere indifeso che chiede di essere vestito, preso tra le braccia, allattato, aiutato a crescere. Ogni bambino vuole crescere, è nato per crescere. Chi accoglie Cristo incontra una vita che cerca spazio per diventare grande con lui e in lui. Lo sguardo che si posa sulla mangiatoia scopre tanto affetto e avverte una domanda: che quei giorni di festa diventino la Festa dell'intera esistenza.

La teologia estetica di Lotto mostra, come pochi discorsi riescono a fare con altrettanta efficacia, la rivoluzione antropologica avvenuta quel giorno. La storia dell'umanità cambia. Un discrimine divide il tempo: ora che il mondo ha ospitato il Dio fatto uomo, nessuno potrà più ritrarsi. L'attesa è terminata, d'ora in poi si sarà con Cristo o lontani da Cristo.

d.Andrea Coldani

195 - IL NATALE E' PAROLA PER NOI

La scena del Natale che contempliamo nel presepio è una scena senza parole. Vediamo Maria, la madre, il bambino, Giuseppe. Nessuno parla. E’ un avvenimento che si svolge nel silenzio. E anche quando i pastori, di cui ci parla il Vangelo, vanno a trovare Maria, Giuseppe e il bambino, non si racconta di nessuna parola che si siano scambiati, di nessuna espressione di emozione, di nessuna partecipazione verbale, di ciò che hanno sentito dentro.

Il Natale è una parola di Dio, così come lo è stata per i pastori, per Maria, per Giuseppe. Una parola di Dio a noi, che come i pastori stiamo aspettando un evento nella notte; per noi che, come Maria, vogliamo rallegrarci della nascita di Gesù bambino; per noi che, come Giuseppe, cerchiamo forse una casa dove abitare, tutta per noi, e non ne troviamo una per fare una famiglia nuova.

La parola del Natale non si può cogliere o riassumere in fretta, perché il Natale è un inizio di non è possibile comprenderne a fondo il significato se non alla luce di tutta la vita di Gesù. La sua nascita è la nascita di colui che attraverso la sua vita, la sua morte e la sua risurrezione ci dice parole di salvezza di Dio per l’uomo, il giudizio irrevocabile di Dio per l’uomo, un giudizio d’amore. Questo bambino che comincia a piangere, ad agitarsi, e poi comincerà anche a sorridere, è l’inizio di questa parola: ciascuno di noi è da Dio immensamente amato, perdonato, accolto, rigenerato interiormente.

Gesù, nella sua misericordia verso i malati, nella sua attenzione ai poveri, nella sua predilezione per gli esclusi e i peccatori, per i reietti della società, nella sua capacità di amare i discepoli e di morire per loro, ci rivela che non è vero che per l’uomo tutto è perduto, che per il domani c’è solo scetticismo e paura, ma che la morte, la solitudine, la disperazione è vinta per chi accoglie questo bambino, per chi accoglie questa parola, come i pastori, per chi la ripete con gioia a tutti coloro che avvicina.

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(Cardinale Carlo Maria Martini, Omelia nel giorno di Natale 1981)

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giovedì 24 dicembre 2009

194 - LA LUCE DEL NATALE

O Gesù,
che ti sei fatto Bambino
per venire a cercare
e chiamare per nome
ciascuno di noi,
Tu che vieni ogni giorno
e che vieni a noi in questa notte,
donaci di aprirti il nostro cuore.

Noi vogliamo consegnarti la nostra vita,
il racconto della nostra storia personale,
perché Tu lo illumini,
perché Tu ci scopra
il senso ultimo di ogni sofferenza,
dolore, pianto, oscurità.

Fa' che la luce della tua notte
illumini e riscaldi i nostri cuori,
donaci di contemplarti con Maria e Giuseppe,
dona pace alle nostre case,
alle nostre famiglie,
alla nostra società!
Fa' che essa ti accolga
e gioisca di Te e del Tuo amore.

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(Carlo Maria Martini, Duomo di Milano - 24.12.1995)

193 - NATALE DEL SIGNORE

“Dilata il tuo cuore, corri incontro al Sole dell’eterna luce che rischiara ogni uomo” (Sant’Ambrogio): è il sentimento che il Natale del Signore suscita nel cuore del credente.

“Questo per voi il Segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”: è l’annuncio che risuona festoso in questo giorno, orientando tutta la nostra esistenza a Cristo, vero Sole di giustizia.

Nel Natale di Gesù siamo resi familiari di Dio, e ci è offerta una nuova speranza di salvezza: è l’inizio di una nuova epoca, una strada di luce e di gioia si apre per l’umanità in cammino nel tempo.

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Prima lettura: Isaia 8,23b-9,6a. Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce, ci è stato dato un figlio, Dio potente.

Aneliamo alla gioia e alla pace, sperimentando però l’insuccesso dei nostri sforzi. Speriamo che tra noi sorga chi realizzi il nostro anelito. Dio stesso ci dona il suo figlio. Nasce tra noi come un bimbo, ma à il solo che può compiere la nostra attesa di salvezza.

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Epistola: Ebrei 1,1-8a . Dio, che aveva parlato per mezzo dei profeti, ha parlato a noi per mezzo del Figlio.

La storia di salvezza, intessuta nei secoli dalla pazienza di Dio, si compie nella nascita di Gesù. In Lui Dio dice la Parola definitiva, rivelando pienamente se stesso e attuando la sua volontà: essere nostro padre e farci suoi figli nel suo unigenito.

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Vangelo: Luca 2,1-14. La vergine diede alla luce il suo figlio primogenito, vi erano alcuni pastori: la gloria del Signore li avvolse nella luce.

La nascita di Gesù avviene in grande povertà e silenzio. Non nella reggia del potente Augusto, ma nel nascondimento di una mangiatoia. Chi ha il cuore aperto alla parola di Dio, riceve una luce che ne svela il senso: oggi è nato per noi il Salvatore.

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mercoledì 23 dicembre 2009

192 - GLI AUGURI DEL PARROCO

Questo è il mio augurio per tutti voi cari fratelli e sorelle di “San Gerolamo Emiliani”: con il Natale rinasce la speranza di una vita rinnovata e vissuta nella pace e nella serenità. È Lui questa luce che illumina il nostro cammino che spesso è reso “tenebroso” dall’odio, dalle sofferenze e dalle cattiverie dell’uomo.

Affidiamoci a Gesù e confidiamo in Lui, e allora le nostre pene si trasformeranno in GIOIA e SPERANZA!

Auguri a tutti di un felice e sereno Natale.

Il parroco, p. Luigi Bazzani, f.n.

191 - BUON NATALE !


190 - LA GIOIA DEL NATALE

Ha ancora senso parlare oggi di un Natale di gioia? Possiamo farlo in una società in cui la preoccupazione di chi non trova più un posto libero per le vacanze si affianca a quella di chi ha perso il posto di lavoro? Possiamo farlo in un mondo in cui c’è chi prepara cibi e bevande per un banchetto di festa, e chi ammassa truppe e armi per una offensiva di morte? Possiamo farlo quando ci sono persone che per libertà intendono l’imbarazzo della scelta tra infinite opportunità e altre che non sono libere nemmeno di esistere e di esprimere i loro sentimenti?

Dobbiamo farlo, perché è una gioia a caro prezzo quella che il Natale ci invita a vivere non la gioia momentanea di qualche luminaria, di un pranzo con la famiglia e gli amici, di un regalo che riesce ancora a stupire, ma la gioia sofferta di chi è consapevole che la speranza o è per tutti oppure è mortificata, di chi sa che la pace non è il deserto che si crea dopo la guerra, ma verità, giustizia, perdono, amore, bontà.

Il Natale non è solo una festa di pochi che chiudono gli occhi sul dolore di molti, è la celebrazione di un’attesa ben più vasta di ogni recinto privilegiato, è il barlume di una speranza che lenisce le sofferenze e angosce di tanti uomini e donne.

Il Natale è pegno di una vita più umana, una vita più impregnata di relazioni autentiche e di rispetto dell’altro, una vita ricca di senso, capace di esprimere in gesti e parole bellezza e luce che deve brillare in ogni luogo avvolto dalle tenebre e dal non senso.

(da Una casa per tutti i popoli, PP.OO.MM. 2003)

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189 - NATIVITA'

Natività di Filippo Lippi (1450 - 1475), Prato

martedì 22 dicembre 2009

188 - UN LIBRO PER NATALE: LE SFIDE DEL TERZO MILLENNIO

E’ uscito il nuovo libro del cardinale Carlo Maria Martini e di fratel Enzo Bianchi, pubblicato dall’editrice “In dialogo di Milano”. «Le sfide del terzo millennio. Giovani alle prese con il mondo che cambia». Il testo raccoglie due scritti inediti e preziosi, quasi una conversazione a distanza fra i due autori, che si rivolgono direttamente ai giovani d’oggi, per scoprire con loro la strada della felicità di una vita piena e ricca di relazioni positive con gli altri, nella città e nella Chiesa.

Domande impegnative stanno alla base delle riflessioni di Martini e Bianchi: chi è e come vive un giovane che vuole dirsi «cristiano», oggi, in un mondo che cambia e che sembra travolgere nella sua frenesia tante facili certezze? E ancora: dov’è la differenza che mostriamo in quanto cristiani rispetto alla vita del mondo? Perché una «differenza cristiana» deve pur esserci e deve essere qualcosa di visibile, deve avere a che fare con il nostro comportamento, deve essere un comportamento «altro», non «mondano». La risposta ai due grandi maestri della fede: il cardinal Martini, per tanti anni alla guida della Chiesa di Milano, fine biblista e conoscitore dell’animo umano e padre Bianchi, monaco, priore del Monastero di Bose, uno dei «profeti» più ascoltati nel nostro tempo.

Martini: «Seminare speranza»: «Occorre seminare speranza e la prima qualità che si richiede è di vivere l’amicizia per la città e per coloro che la abitano. Bisogna giocarsi per la città, bisogna amarla evangelicamente, amare le persone come sono, amare quelli che giungono dal di fuori e quelli che incutono più paura, che non sappiamo come avvicinare. La vostra vocazione è quella di creare piazze di incontro, luoghi nei quali si possono scambiare le opinioni, i pensieri, le intenzioni, i desideri e cercare insieme ciò che maggiormente giova al bene comune della città.»

Bianchi: «La tentazione della noia»: «Un cristiano giovane deve imparare a lottare contro la dissipazione, l’agitazione, che poi sovente ha come terribile risvolto la tentazione della noia. Questa è una delle lotte più grandi. Si tratta, nella vostra vita, di imparare a sottrarre del tempo per voi, da dedicare alla cura di ciascuno di voi, uno spazio di silenzio, uno spazio di solitudine. Voi dovete imparare a trovare del tempo nella giornata per pensare, perché, alla vostra età, è più importante pensare che pregare. Perché chi pensa ed è credente, dalla fede è indotto a pregare.»

lunedì 21 dicembre 2009

187 - LA SOBRIETA' NON E' PRIVAZIONE

Tutti noi oggi siamo sommersi dalle tantissime cose che continuiamo ad accumulare e che assorbono tutto il nostro tempo. È doveroso sottolineare che le cose, mediante il valore economico, ci hanno aiutato a liberarci dalla miseria del passato, quando eravamo poveri a livello economico a tal punto che la vita era diventata dura e disumana, mettendo a rischio la dignità umana.

In quel tempo, le cose sono state a nostro servizio per liberarci dalla miseria che creava molta sofferenza.

Ma è altrettanto doveroso evidenziare che siamo cascati, oggi, nel lato opposto: abbiamo accumulato così tante cose che ci costringono ad essere noi al loro servizio, dedicando tutta la nostra giornata al lavoro per poter innalzare il nostro potere di acquisto in modo da riuscire a comprare il più possibile, anche quello che è veramente superfluo e dannoso.

È questo consumismo sfrenato che sta creando problemi seri e gravi alla nostra società di oggi; soprattutto, perché si tratta di un consumo che ci consuma: alla fine della giornata, dopo aver corso tutto il giorno per soddisfare tutti i bisogni indotti dalle pubblicità, ci troviamo stanchi, sfiniti e svuotati.

Per questo abbiamo bisogno di sobrietà. Essa non deve essere intesa come privazione delle cose, ma come liberazione da tutto quello che è superfluo e che ostacola la possibilità di vivere una vita felice. Non si tratta di ritornare ad una vita di austerità, ma di costruire la qualità dell’esistenza che si basa non sulle cose, ma sulle relazioni umane che sono i veri beni essenziali della vita, perché la persona umana è fatta di relazioni.

(Padre Adriano Sella)

186 - PERCHE' LA SACRA SCRITTURA INSEGNA LA VERITA'?

Perché Dio stesso è l'autore della Sacra Scrittura: essa è perciò detta ispirata e insegna senza errore quelle verità, che sono necessarie alla nostra salvezza. Lo Spirito Santo ha infatti ispirato gli autori umani, i quali hanno scritto ciò che egli ha voluto insegnarci. La fede cristiana, tuttavia, non è «una religione del Libro», ma della Parola di Dio, che non è «una parola scritta e muta, ma il Verbo incarnato e vivente» (san Bernardo di Chiaravalle).
(Compendio del catechismo della chiesa cattolica, n. 18)

Because God himself is the author of Sacred Scripture. For this reason it is said to be inspired and to teach without error those truths which are necessary for our salvation. The Holy Spirit inspired the human authors who wrote what he wanted to teach us. The Christian faith, however, is not a “religion of the Book”, but of the Word of God – “not a written and mute word, but incarnate and living” (Saint Bernard of Clairvaux).

(Compendium of the Catechism of the Catholic Church, n.18)

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Decimos que la Sagrada Escritura enseña la verdad porque Dios mismo es su autor: por eso afirmamos que está inspirada y enseña sin error las verdades necesarias para nuestra salvación. El Espíritu Santo ha inspirado, en efecto, a los autores humanos de la Sagrada Escritura, los cuales han escrito lo que el Espíritu ha querido enseñarnos. La fe cristiana, sin embargo, no es una «religión del libro», sino de la Palabra de Dios, que no es «una palabra escrita y muda, sino el Verbo encarnado y vivo» (San Bernardo de Claraval).

(Compendio del Catecismo de la Iglesia Católica, n.18)

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domenica 20 dicembre 2009

185 - MILANO È UNA CITTÀ SOLIDALE?

La nostra Città oggi è una città solidale, all’altezza della sua tradizione? È difficile rispondere con poche parole.

Come ogni città, anche la nostra Milano è una città composita, dai tanti volti, dalle mille storie, che in alcune sue parti rischia di essere costituita da isole, da “città nella città”. Non ha un aspetto unico ed è inevitabile che sia così per una metropoli moderna.

E se la solidarietà non è solo il dare episodico ma una tensione interiore che si esprime in comportamenti abituali e permanenti, si fa inevitabile la domanda se la nostra città sia veramente solidale con tutti i suoi abitanti.

Milano è solidale con i bambini e il loro futuro se, ad esempio, sono sufficienti gli asili nido, le scuole materne, i parchi gioco. La città è solidale con i ragazzi se sa dare loro, insieme a un’offerta scolastica qualificata, anche opportunità educative, culturali, ricreative, quali momenti significativi per prevenire il disagio.

La città è solidale con i giovani se sa farsi carico – con tutte le sue Istituzioni e componenti – delle loro domande e delle loro tensioni, se sa ascoltarli e guardarli con stima, fiducia, amore sincero. Ma è solidarietà offrire ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro forme di impiego quasi sempre precarie, quasi a voler approfittare della loro condizione, sfruttando le loro necessità?

La solitudine poi di tante persone manifesta in modo vivissimo il bisogno di solidarietà. Sono sole tante famiglie, alle prese con il peso di conflitti e violenze nascoste, con il dramma della separazione, con i problemi economici, con la malattia di un congiunto; sono soli tanti anziani, senza relazioni significative e prospettive per il futuro; rischiano di essere soli gli immigrati, spesso confinati – per chiusura o per rifiuto sociale – dentro i propri gruppi etnici…

Ma Milano offre anche molti esempi di autentica solidarietà. Penso a tutti i lavoratori che compiono bene il proprio dovere, con dedizione e generosità, non preoccupati solo di rispettare il mansionario ma pronti a spendersi senza riserve nella realtà in cui operano a favore delle persone che, in diverso modo, sono chiamati a servire. Non sono poche le persone che hanno come tratto distintivo della propria vita il volontariato e l’impegno nei diversi gruppi assistenziali e nelle associazioni caritative. Voglio qui menzionare in particolare – insieme ai benefattori – le centinaia di volontari impegnati nel “Fondo Famiglia-Lavoro”, non solo per distribuire contributi economici, ma soprattutto per ascoltare chi ha perso l’occupazione, studiare con loro soluzioni per tornare a essere produttivi, riuscire ad accedere ad altri ammortizzatori sociali.

Non mancano gli imprenditori che sfidano la crisi economica affrontando sacrifici pur di salvaguardare il posto di lavoro dei propri dipendenti e di non far mancare il sostentamento alle famiglie; i ricercatori che sono attivi per migliorare le cure con cui combattere la malattia. Non manca chi progetta con intelligenza gli spazi della città per innalzare la qualità della vita delle persone.

Come non citare poi chi opera per migliorare le condizioni di vita degli immigrati, chi si impegna per offrire percorsi di autentica integrazione, per coniugare solidarietà e legalità? Mi ha colpito nei giorni scorsi, a seguito dello sgombero di un gruppo di famiglie rom accampate a Milano, la silenziosa mobilitazione e l’aiuto concreto portato loro da alcune parrocchie, da tante famiglie del quartiere preoccupate, in particolare, di salvaguardare la continuità dell’inserimento a scuola – già da tempo avviato – dei bambini. La risposta della Città e delle Istituzioni alla presenza dei rom non può essere l’azione di forza, senza alternative e prospettive, senza finalità costruttive. La Chiesa di Milano, il volontariato e altre forze positive della Città hanno dimostrato, e rinnovano, la propria disponibilità per costruire un percorso di integrazione. Non possiamo, per il bene di tutta la Città, assumerci la responsabilità di distruggere ogni volta la tela del dialogo e dell’accoglienza nella legalità che pazientemente alcuni vogliono tessere.

(Cardinale Dionigi Tettamanzi, Discorso alla Città di Milano, 2009)

venerdì 18 dicembre 2009

184 - 6° DOMENICA DI AVVENTO -AMBROSIANO

L’ultima domenica di Avvento è dedicata, nella tradizione liturgica della Chiesa Ambrosiana, a celebrare, qualche giorno prima della Natività, il "mistero" ovvero l’evento salvifico verificatosi con l’incarnazione del Verbo, ossia del Figlio di Dio, nel seno della Vergine Maria che, a pieno titolo, è riconosciuta quale Madre di Dio.

Nell’ultima domenica di Avvento veniamo posti, ogni anno, davanti alle "meraviglie" che Dio, a cui "nulla è impossibile", compie con l’"incarnazione" del suo Verbo. "Meraviglie" di cui è destinataria l’umanità intera. La pagina evangelica ha come momento centrale le parole dell’angelo a Maria: «Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù» (Luca 1,31). A esse fanno seguito una serie di "titoli" che spettano a colui che è "concepito" in Maria: Figlio dell’Altissimo, figlio di Davide, santo, Figlio di Dio (v 32.35). Essi ne dichiarano la provenienza divina e annunziano la sua missione: fondare il Regno che "non avrà fine" compiendo in tal modo l’antica promessa di Dio (v 33).

Le parole dell’angelo illuminano il "mistero" di Maria, la vergine-madre, tale perché "piena di grazia". Su di lei, infatti, si posa lo sguardo di Dio la cui "benevolenza", accordata a Maria per pura sua "grazia", la colma in misura così traboccante al punto che "una vergine" è resa capace di "rivestire di carne mortale" il Figlio stesso di Dio.

Messi di fronte a un così grande mistero che proclama e, di fatto, contiene la salvezza del mondo, la nostra reazione non può che essere quella ripetutamente espressa nel Salmo: «Rallegrati popolo santo: viene il tuo Salvatore», e a cui ci invita la parola apostolica: «Fratelli, siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti… Il Signore è vicino» (Epistola: Filippesi 4,4).

Nella celebrazione eucaristica, mentre ci disponiamo a ricevere il frutto della "fecondità" di Maria dalla quale «è germinato per noi colui che ci sazia con angelico pane», impariamo a stare dinanzi a Dio con lo stesso atteggiamento di Maria: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Luca 1,38a).

(A.Fusi)

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Lettura: Isaia 62,10-63,3b; Salmo 71; Epistola: Filippesi 4,4-9; Vangelo: Luca 1,26-38a.

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183 - ACCOGLIENZA DI MARIA

Maria ha accolto fin dall’inizio ciò che Dio le ha affidato. Certo, non sono mancati stupore e smarrimento per la richiesta dell’angelo, ma alla fine Maria ha detto quel sì che ha reso la sua e la nostra vita diversa.

Lo stupore di Maria sta proprio nel fatto di aver accolto il sogno di Dio facendolo diventare suo!

Ha lasciato entrare nel suo cuore la Parola di Dio, stupendosi di fronte alle “grandi cose” che il Signore stava compiendo in lei.

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E io so accogliere il progetto di Dio per me?

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So essere accogliente nei confronti di chi mi sta intorno?

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La porta mi mette di fronte ad una scelta: apro il cuore ad accogliere o lascio la porta chiusa?

(Avvento 2009, Sussidio liturgico della CEI)

182 - ANNUNCIAZIONE NELL'ARTE

Beato Angelico, Annunciazione, Museo del Prado

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L’episodio è svolto secondo lo schema compositivo più classico e diffuso nelle Annunciazioni, trasversale a tutta la storia dell’arte cristiana: ritrae il mistero dell’Angelica Confabulatione tra l’Angelo entrante, a questo punto già entrato in scena da sinistra, al cospetto di Maria posta invece sulla destra. L’architettura entro cui le figure sono collocate riporta al Vangelo di Luca che lo ambienta nella casa della vergine: “Entrando da lei disse: “Ti saluto, o piena di grazia, Il Signore è con te”. (Luca, 1, 28)

Il porticato, ambientazione tipica per Annunciazione nella pittura italiana del Rinascimento (le colonne hanno significato di collegamento tra terra e cielo, assimilabili in questo senso all’Albero della Vita), delimita lo spazio scenico principale e apre sull’interno lasciando intravedere uno scorcio domestico, segno dell’umiltà di Maria: una stanza dalle pareti chiare alle quali sono addossati dei mobili, in particolare una panca, illuminata da una piccola finestra.

La tradizione teologica suddivide il colloquio tra l’Angelo e la Vergine in 5 momenti successivi, corrispondenti ai diversi stati d’animo di Maria:

inizialmente Maria è turbata (Conturbatione) non tanto per l’apparizione dell’angelo (sulla scorta dei vangeli apocrifi i vari commentatori sono soliti sottolineare come lei fosse abituata alle apparizioni angeliche) quanto per il saluto in sé, che non comprende. Dopo aver ascoltato l’annuncio, Maria ci pensa un po’ sopra (Cogitatione) e rimanendo perplessa chiede all’angelo (Interrogatione) come questo possa avvenire visto che non conosce uomo. Alla risposta dell’angelo subentra l’accettazione dell’annuncio da parte di Maria, che si definisce serva di Dio (Humiliatione). L’episodio si conclude dopo la partenza dell’angelo con il momento del concepimento vero e proprio, che corrisponde per Maria allo stato d’animo della grazia (Meritazione).

Qui Maria è ritratta in Humiliatione: dopo “le spiegazioni” dell’arcangelo Gabriele, accetta l’annuncio e, colta nell’atteggiamento di dire qualcosa, si definisce appunto serva, mentre Gabriele ha tutta l’aria di starla a sentire (le mani che entrambi i personaggi tengono incrociate sul petto indicano il reciproco accoglimento, l’una delle parole dell’altro).

Il raggio di luce che proviene dall’angolo in alto a sinistra dalla mano di Dio, percorso dalla colomba e puntato su Maria, raffigura la discesa dello Spirito Santo su di lei (l’Annunciazione è considerata la Pentecoste di Maria). La figura di Dio come in altri casi appare anche nel bassorilievo tra i due archi del portico.

La Cacciata dal Paradiso che fa da controscena sull’estrema sinistra pone Maria come nuova Eva, alludendo all’incarnazione di Cristo e alla sua successiva morte sulla croce in funzione di espiare il “peccato del mondo”.

Il libro sulle ginocchia della Vergine ricorda la profezia di Isaia: “Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele”. (Isaia 7,14)

Nella patristica mariana, inoltre, la Vergine è spesso associata all’immagine del libro, definita come Liber Generationis Christi (Ernesto di Praga), Liber Dei manu scriptus (Efrem il Siro), eccetera. É considerata libro mistico, che ha presentato alla conoscenza degli uomini la parola di Dio.

martedì 15 dicembre 2009

181 - RISPLENDE LA LUCE


180 - NON C'E' SOLIDARIETA' SENZA SOBRIETA'

Ed ora, proprio nel contesto di Milano chiamata a un supplemento di solidarietà, giungo a un’affermazione forse inattesa: quella riguardante la sobrietà.

, la nostra Milano, come tutte le città e forse ancor più delle altre, ha bisogno di sobrietà. È questa una riflessione che sto sviluppando e un’indicazione che sto offrendo da diversi mesi alle comunità cristiane con la consapevolezza che la sobrietà è la via privilegiata alla solidarietà.

Devo anche confessare diverse reazioni a questa mia affermazione: tanti non la prendono neppure in considerazione; taluni la giudicano come illusione e sogno evanescente; altri la rifiutano interpretandola come negazione del necessario sviluppo economico e riedizione di un pauperismo del passato; altri ancora la pensano come un indebolimento della stessa solidarietà; non pochi la fraintendono facendone l’equivalente, se non dell’avarizia vera e propria, del risparmio minuzioso ed esasperato; tanti, poi, leggono la sobrietà limitandola alla sfera economica del vivere. Comunque è generalmente assente la riflessione sul rapporto tra sobrietà e solidarietà: una riflessione peraltro resa quasi impossibile quando la solidarietà stessa viene erroneamente interpretata.

Ma non mancano anche le reazioni positive, soprattutto da parte di chi ha particolare interesse per gli aspetti educativi e spirituali, legati agli stili di vita.

Vorrei qui ricordare quanto dissi nell’omelia della S. Messa della notte dell’ultimo Natale in Duomo. Con parole forti, provocatorie, rivolsi a tutti un pressante invito alla conversione: «C’è uno stile di vita costruito sul consumismo che tutti siamo invitati a cambiare per tornare a una santa sobrietà, segno di giustizia prima ancora che di virtù».

A distanza di quasi un anno, sento di dover ripetere queste parole, invitando a recuperare la fatica e insieme la gioia della sobrietà. E sento di riaffermare con forza che la sobrietà è possibile, che in essa c’è il segreto della vita buona, della vita bella, anche se il cammino per arrivarvi è difficile e chiede che si cambi lo stile di vita. Con la sobrietà è in questione un “ritornare”, come se si fosse smarrita la strada. Ci siamo lasciati andare a una cultura dell’eccesso, dell’esagerazione, in tutto: nei consumi, nello spreco, nei modi di vivere, in una sorta di cieca, reciproca competizione. Abbiamo abusato; e l’abuso è un peccato che oggi accomuna tutti. Ma il guadagno sarà quello di “ritrovare” un valore: il tesoro che, dopo il riconosciuto e sofferto impoverimento a causa dell’abuso, torna ad arricchire la vita.

Soprattutto la sobrietà è questione di “giustizia”. Siamo in un mondo dove c’è chi ha troppo e chi troppo poco, e anche nella nostra Città c’è chi sta molto bene, mentre sempre più aumenta il numero di chi fa più fatica. La sobrietà ci aiuta a costruire la giustizia, perché decide, sceglie e agisce – e questo in ogni ambito, non solo in quello dei beni materiali – secondo la giusta misura, e dunque sempre con l’attenzione vigilante ai diritti e doveri che si hanno nei riguardi sia di se stessi che degli altri, superando sempre eccessi e sprechi.

In particolare la “giusta misura” nell’uso dei beni rende la sobrietà, da un lato nemica dell’avarizia che ci fa insaziabili nell’acquistare e possedere sempre di più e ci chiude in noi stessi e nel nostro egoismo, dall’altro amica della liberalità, ossia di una privilegiata attenzione agli altri e di una pronta disponibilità alla condivisione dei beni.

(Cardinale Dionigi Tettamanzi, Discorso alla Città di Milano, 2009)

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lunedì 14 dicembre 2009

179 - GENEROSITA’ E SOBRIETA’

Se ci domandiamo quali siano i criteri da seguire per rendere grande Milano, sembra di dover rispondere riferendoci a quelle qualità che, universalmente, sono state riconosciute alla nostra Città: la generosità e la solidarietà.

“Milano con il cuore in mano”, “solidarismo ambrosiano”: queste ed altre espressioni proverbiali, da sole, lasciano intendere quale sia l’eredità migliore che ci è stata consegnata e che non vogliamo smarrire ma arricchire. Le tante istituzioni caritative, che qui sono sorte e che non poche volte si sono ramificate ben oltre la nostra Città, ne sono una splendida testimonianza. Eroi della solidarietà dicono di questa grandezza. Come non ricordare – solo per citare un esempio – un grande milanese, il beato don Carlo Gnocchi e la Fondazione che ne porta il nome?

È la pratica straordinaria della solidarietà che ha reso grande nei secoli Milano. Ed è sempre sulla solidarietà che dobbiamo misurare ancora oggi la consistenza e l’autenticità della grandezza della nostra Città. Non possiamo dunque stancarci di parlare di solidarietà e ancor più di viverla: una solidarietà non a parole ma a fatti.

Certo, dobbiamo comprenderla nel suo significato più vero, più coinvolgente e affascinante. Spesso la solidarietà riceve un’interpretazione semplicistica: emotivo-sentimentale nell’ambito personale, benefico-assistenziale in quello sociale. Ma, come sottolinea la recente enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI, la solidarietà esige di essere riscattata da queste visioni parziali e inadeguate, restituendola alla sua natura originaria, affermandone, con chiarezza e forza, il ruolo tipicamente sociale e politico. Essa, infatti, persegue il bene non solo individuale ma anche e specificamente comune, è del tutto inscindibile dalla giustizia e include, pertanto, la presenza attiva e responsabile delle stesse istituzioni ben oltre il pur indispensabile e prezioso servizio delle varie forme di volontariato.

La solidarietà è inseparabile dalla giustizia e per questo ha una destinazione propriamente sociale. Alla sua radice ci sono sempre gli altri. Sì, gli altri, perché ciascuno di noi, lungi dall’essersi costituito da sé, è in se stesso un dono, un essere che ha ricevuto molto – in un certo senso tutto se stesso – dagli altri. E proprio per questo ciascuno di noi deve sentirsi – e lo è obiettivamente – debitore: peraltro con un debito in qualche modo irredimibile, che non potremo mai ripagare.

La solidarietà riveste, dal di dentro, i tratti del dovere. È un aspetto che viene sottolineato con forza – vale la pena di ricordarlo – anche dalla nostra stessa Costituzione. Tra i “principi fondamentali” viene affermato il profondo legame tra i “diritti inviolabili dell’uomo” e “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2). Si dà dunque uno stretto legame tra i diritti umani – riconosciuti in quanto nativi e precedenti allo stesso ordinamento giuridico e perciò inviolabili – e i doveri, dichiarati inderogabili, pertanto anch’essi indisponibili a chiunque. È questo il grande patto sociale che mantiene coesa una città, una nazione. Qui è in gioco una virtù cardinale, è in gioco la giustizia!

(Cardinale Dionigi Tettamanzi, Discorso alla città di Milano, 2009)

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venerdì 11 dicembre 2009

178 - 5° DOMENICA DI AVVENTO - AMBROSIANO

La quinta domenica di Avvento, nella tradizione liturgica della nostra Chiesa ambrosiana, concentra l’attenzione sul posto davvero eccezionale che il Battista occupa nella storia della salvezza: segnalare con la sua presenza che il Messia sta per venire, anzi, è qui nella persona di Gesù di Nazaret e dare a lui "testimonianza".

Il brano evangelico segue immediatamente il discorso di "rivelazione" occasionato dall’incontro con Nicodemo e destinato a suscitare la fede in Gesù, il Figlio di Dio e, a ben guardare, presenta il Battista come "credente" e, dunque, adatto per essere "mandato avanti a lui" come "precursore" e "testimone". Ai vv 23-24 veniamo informati sull’attività di Giovanni impegnato a "battezzare" così come fa anche Gesù (cfr. v 22); i vv 25-26 riportano la disputa riguardante l’efficacia di "purificazione" tra il battesimo di Giovanni e quello di Gesù al quale "tutti accorrono". I vv 27-31 riferiscono l’esplicita testimonianza di fede del Battista in Gesù e la consapevolezza che lui ha di sé stesso: "Non sono io il Cristo" (v 28).

Giovanni riconosce anzitutto che Gesù "è il Cristo" e, di conseguenza, sa che tutto ciò che egli fa lo compie per mandato divino (v 27). Così è del suo battesimo, capace di operare la perfetta "purificazione" dalla contaminazione del male e di unire a sé tutti coloro che "accorrono a lui" (v 25-26). Con ciò si realizza l’antica promessa di Dio di curare "la piaga del suo popolo" dovuta al peccato di "idolatria" (Lettura: Isaia 30,22.26) che rompe il loro legame d’amore che la Scrittura paragona sovente all’unione sponsale dell’uomo e della donna.

Di qui l’immagine dello sposo che la medesima Scrittura riserva a Dio e che il Battista vede attuata nel Signore Gesù (Giovanni 3,29). Egli, con la sua incarnazione nel seno di Maria, ha già unito a sé l’umanità intera resa poi sua sposa per sempre con il dono nuziale di tutto sé stesso nell’ora della croce. La vicinanza di Gesù, lo sposo, alla sua sposa che è la Chiesa e, in essa, l’umanità intera, non solo è motivo di conforto e di consolazione ma soprattutto di gioia e di gioia "piena"! La gioia, infatti, è uno dei doni che dicono la presenza nel mondo dei tempi messianici profeticamente annunciati come un’era felice per l’intero creato: «il pane prodotto sulla terra, sarà abbondante e sostanzioso… il tuo bestiame pascolerà su un vasto prato. I buoi e gli asini che lavorano la terra mangeranno biada saporita, ventilata con la pala e con il vaglio» (Isaia 30,23-24).

Giovanni, perciò, riconosce la sua funzione del tutto subordinata al Cristo e che consiste nel precedere la sua venuta orientando a Gesù le menti e i cuori, funzione che gli permette di essere "l’amico" dello sposo, di gioire cioè davanti alle parole e ai gesti d’amore del Signore per il suo popolo. Funzione che gli dà l’opportunità di "ascoltare" lui per primo la voce dello sposo, ossia di diventare il primo dei credenti in Gesù che "attesta ciò che ha visto e udito" venire "dal cielo". Di qui la confessione di Giovanni: "Lui deve crescere; io, invece, diminuire" (v 30).

Il tempo dell’Avvento, alla luce della "testimonianza" del Precursore, chiede alla comunità intera e a ciascuno di noi un deciso riorientamento di tutta la vita al Signore Gesù e una verifica della consistenza e della qualità della nostra fede in lui. Si tratta di un’opera quanto mai urgente in tempi in cui sembra allentato anche nel cuore della Chiesa il riferimento al Signore Gesù e dove, con un generalizzato declino della fede, diventa evidente il disorientamento nella vita, nei valori e negli interessi di tutti noi.

L’Avvento, inoltre, domanda la nostra pronta disponibilità, sull’esempio del Battista, a "diminuire" perché in ogni nostra azione traspaia colui che, invece, deve "crescere": Cristo Signore. In concreto occorre evitare il protagonismo, l’individualismo solitario, la febbre dell’"apparire", di mettersi al centro, in una parola, di annunziare "noi stessi", "velando il Vangelo" e "falsificando la parola di Dio" (cfr. 2Corinzi 4,2.3.5). Il compito della Chiesa, sull’esempio del Battista, è quello di annunciare e testimoniare "apertamente la verità" ovvero far brillare davanti al mondo "lo splendore del glorioso Vangelo di Cristo" (vv 2.4).

Il Lezionario riporta: Lettura: Isaia 30,18-26b; Salmo 145; Epistola: 2Corinzi 4,1-6; Vangelo: Giovanni 3,23-32a.

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177 - SAN GIOVANNI BATTISTA NELL'ARTE

San Giovanni Battista di Leonardo da Vinci

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Quello che colpisce in questo dipinto è la gestualità di san Giovanni: il braccio sinistro ripiegato sul cuore, quello destro proteso a indicare verso l’alto. Gesto, peraltro, che è attributo iconografico tipico del Battista, qualificandolo proprio nel suo ruolo di precursore e concretizzando il noto passo evangelico: «Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui disse: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!”». E nella diffusissima Legenda aurea, un vero e proprio best-seller dell’ultimo medioevo, fra’ Jacopo da Varagine sintetizza questa immagine affermando che Giovanni «mostrò il Cristo a dito».

Quel che è insolito, se si vuole, è che mentre il gesto del Battista è per lo più rivolto di lato, orizzontalmente (dove è raffigurato o l’agnello mistico o il Cristo in croce), in questo quadro di Leonardo l’indice del santo è puntato verso l’alto. “Insolito” fino a un certo punto, naturalmente, e mostra semmai la profonda sensibilità religiosa dell’artista, che alza il dito di Giovanni verso l’alto proprio per indicare Gesù nella sua identità celeste, divina. Quasi una prefigurazione di quello che avverrà durante il battesimo di Cristo nel Giordano, quando «si aprirono i cieli ed egli vide lo spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui».

Per questo, allora, sul volto del Precursore compare quel sorriso, che, al pari di quello della Gioconda, non ha nulla di misterioso o di inquietante, ma che è anzi espressione di una assoluta serenità interiore, di una gioia che sgorga dall’intimo: è il sorriso di letizia di chi ha visto il Signore. Una letizia che consola e ringiovanisce, appunto, nello spirito e nella mente. E pensare che quest’opera è molto probabilmente l’ultima che Leonardo dipinse negli estremi anni della sua vita straordinaria, è davvero emozionante.

(Luca Frigerio, in www.chiesadimilano.it)

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Il San Giovanni Battista di Leonardo da Vinci del Louvre sarà esposto a Milano nella Sala degli Alessi di Palazzo Marino (piazza della Scala) fino al 27 dicembre 2009. La visita è possibile tutti i giorni dalle 11 alle 19,30 (giovedì fino alle 22.30). L’ingresso è libero.

giovedì 10 dicembre 2009

176 - IL PRECURSORE

“Preparate la via del Signore”: è l’invito di questa quinta domenica di avvento. Giovanni Battista è il Precursore del Signore, colui che “è stato mandato avanti a lui”, l’amico che annuncia la venuta dello Sposo, ed “esulta di gioia alla sua voce”. La liturgia ci chiama a contemplare la salvezza operata da Dio: “Il Salvatore sta per venire nello splendore della sua gloria”. Teniamo dunque vivo il sentimento della vigilanza, perché “la nostra redenzione è vicina, l’antica speranza è compiuta; appare la liberazione promessa e spunta la luce e la gioia dei santi”.

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175 - COMUNITA' IN FESTA - 12 DICEMBRE 2009

La parrocchia di San Gerolamo Emiliani ha organizzato due momenti di festa in preparazione alle festività natalizie.

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Il giorno 12 dicembre 2009 la giornata di festa ha inizio con la S. Messa presso la sala della mensa dell’Istituto Piamarta (via Pusiano 52) e poi seguirà il pranzo aperto a tutti gli iscritti. Il pranzo, cui seguirà una animazione musicale con balli e canti, vuole essere un momento di comunione e di condivisione della comunità parrocchiale, che si riunisce per lo scambio di auguri natalizi.

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Dopo il pranzo, alle ore 16 in chiesa parrocchiale è previsto il concerto di Natale con musiche per ORGANO ED ORCHESTRA curato dal maestro Roberto Lomurno. La partecipazione è libera, aperta a tutte le persone che apprezzano la buona musica.

Il concerto si concluderà intorno alle ore 17,30.

Il parroco padre Luigi

martedì 8 dicembre 2009

174 - O MARIA IMMACOLATA

O Maria, piena di grazia,

immacolata, sempre vergine,

madre del Cristo,

madre di Dio e nostra,

assunta in cielo,

regina beata,

modello della Chiesa e nostra speranza,

noi ti offriamo

la nostra umile e filiale volontà

di onorarti e celebrarti sempre

con un culto speciale

che riconosca le meraviglie di Dio

operate in te,

con una devozione particolare,

che esprima i nostri sentimenti più pii

più puri, più umani, più personali,

più confidenti,

e che faccia risplendere alto sul mondo

l’esempio attraente della perfezione umana.

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(papa Paolo VI, 8 dicembre 1973)

lunedì 7 dicembre 2009

173 - IMMACOLATA CONCEZIONE DI MARIA - 8 DICEMBRE

Roma
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Già celebrata dal sec. XI, questa solennità si inserisce nel contesto dell’Avvento-Natale, congiungendo l’attesa messianica e il ritorno glorioso di Cristo con l’ammirata memoria della Madre. In tal senso questo periodo liturgico deve essere considerato un tempo particolarmente adatto per il culto della Madre del Signore. Maria è la tutta santa, immune da ogni macchia di peccato, dallo Spirito Santo quasi plasmata e resa nuova creatura. Già profeticamente adombrata nella promessa fatta ai progenitori della vittoria sul serpente, Maria è la Vergine che concepirà e partorirà un figlio il cui nome sarà Emmanuele. Il dogma dell’Immacolata Concezione fu proclamato da Pio IX nel 1854. (dal Messale Romano)

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“La festa dell'Immacolata Concezione ci invita a contemplare lo splendore di Dio riflesso sul volto della Vergine Santa, la nuova Eva, la Madre del Redentore.

In Lei si realizza pienamente il disegno di Dio, quale ce lo descrive l'Apostolo Paolo: "Ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo" (Ef 1, 4-5).

Il progetto eterno è stato turbato dalla colpa originale, ma "dove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia"! (Rm 5, 20). Nel mistero pasquale l'amicizia di Dio ci viene nuovamente offerta, e all'uomo che accoglie il Cristo è dato di diventare, in Lui e attraverso di Lui, "figlio di Dio" (cfr. Gv 1, 12).

Ecco, carissimi fratelli e sorelle, l'orizzonte in cui si colloca l'odierna solennità. Maria si trova nel cuore di questo mistero come la prima dei salvati e la Chiesa la venera "immacolata", cioè assolutamente priva di ogni macchia di peccato, perché la redenzione manifesta in Lei una forza salvifica preveniente e permanente. Chiamata ad essere il "grembo" del Redentore, Ella è stata come plasmata dal frutto divino del suo grembo per quella forza salvifica che, nella previsione di Dio, anticipatamente si sprigiona dal sacrificio di Cristo. Ella è così Madre del Redentore e primizia dei redenti.

Contemplare l'Immacolata significa inebriarci di luce. E della sua luce abbiamo più che mai bisogno, in questo nostro tempo segnato da tante difficoltà e problemi.

L'Immacolata è annuncio di un Dio misericordioso, che non si arrende al peccato dei suoi figli; è il modello a cui la Chiesa guarda, per diventare sempre di più una comunità di Santi; è "segno di sicura speranza e di consolazione" (Lumen Gentium 68) per il popolo di Dio e per l'intera umanità, che Ella accompagna con tenerezza di Madre.

Vergine Santa, accogli quest'oggi i nostri sentimenti filiali. Eccoci davanti a Te, con le nostre fatiche e i nostri propositi di bene.

Guarda a tutte le nazioni del mondo, specie a quelle devastate dalla guerra, ed instilla nella nostra travagliata famiglia umana pensieri e sentimenti di pace.

Guarda ai giovani, e sostieni la loro speranza muovendoli all'impegno per la costruzione di un mondo migliore.

Guarda soprattutto alle famiglie, perché trovino nel disegno di Dio il senso della loro missione.

Nella tua intercessione poniamo la nostra piena fiducia, "o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria".

(Giovanni Paolo II, Roma, piazza di Spagna, 8 dicembre 1993)